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Addio a Capovani, il leader del ’68 apuano

Versiliese di nascita, organizzò l’occupazione del Chimico di Carrara coinvolgendo operai e cavatori. È vittima del Covid

MASSA-CARRARA. È scomparso nel tardo pomeriggio di lunedì Franco Capovani. Aveva 73 anni e da ormai ben 52 giorni era ricoverato nel reparto di terapia intensiva del policlinico di Milano: il suo nome va ad aggiungersi alla lunga lista di vittime del covid-19.

Originario di Querceta ma residente a Milano da oltre 40 anni con la moglie Olga Konstantinova Kasakova (da cui ha avuto il figlio Oleg, oggi residente in Russia), figlio di Renato Capovani (ex direttore tecnico della Henraux) e fratello di Milvio (uno dei più noti matematici italiani, morto nel 2006), Franco era personaggio carismatico e conosciutissimo a Massa e Carrara. Negli anni ’60 è stato, infatti, studente dell’istituto tecnico-chimico di Carrara, la sua generosità e disponibilità lo portarono ad avvicinarsi al movimento di lotta studentesca e all’ideologia di una sinistra pronta a schierarsi al fianco degli operai. «Io allora ero uno studente universitario eppure rimasi affascinato dalla sua oratoria straordinaria – lo ricorda l’amico Amilcare Grassi –. Ci incontrammo a Carrara e vidi subito in lui un leader: sotto la sua guida gli studenti occuparono l’istituto chimico per quasi un mese ma lui chiarì subito i suoi obiettivi di inclusione: in quelle settimane la scuola aprì le sue porte agli operai dei cantieri, ai cavatori. Tutto nato da una sua idea, un precursore di un tipo di lotta mirato a migliorare le condizioni della società».


Terminati gli studi superiori, Capovani non abbandonò questi ideali. Anzi, intensificò la sua azione politica: si unì a Lotta Continua e si trasferì a Taranto al seguito di Marcello Pantani (tra i fondatori del movimento) per manifestare insieme agli operai davanti ai cancelli dell’Italsider. Al tempo stesso si dedicava all’insegnamento per aiutare con la scuola i bambini del vicino quartiere “Tamburi”. Costretto a tornare in Toscana perché ammalatosi di tifo, una volta guarito ripartì per la Sardegna, per sostenere da vicino anche le proteste dei pastori sardi. A metà anni ’70 partì alla volta di Milano dove trovò lavoro come chimico alla Farmaceutici Midy – divenuta poi Sanofi e infine Sanofi-Aventis – azienda per cui aveva continuato a lavorare per 43 anni e che aiutato a crescere fino a vederla diventare uno dei colossi farmaceutici europei. Impiegato inizialmente nel reparto sviluppo di farmaci come Enterogermina, era rimasto attivo sindacalista – negli anni’90 fu anche rappresentante nazionale per il settore chimici della Cgil – guadagnandosi la stima professionale e l’affetto dei colleghi e battendosi sempre a difesa dei diritti dei lavoratori.

Una carriera sfolgorante la sua, che l’aveva visto ricoprire prima della pensione il prestigioso incarico di membro del consiglio di sorveglianza dell’azienda (organo composto da rappresentanti di tutti i Paesi in cui Sanofi-Aventis è presente per stabilire la strategia del gruppo farmaceutico). «Voglio ringraziare la dottoressa Tagliabue del policlinico di Milano e il suo team – racconta la moglie – per aver fatto il possibile per salvare mio marito». Capovani aveva contratto il virus lo scorso novembre ma era stato dimesso dall’istituto San Rocco di Ome dopo pochi giorni perché le sue condizioni erano migliorate. Una volta a casa, però, il drastico peggioramento che lo aveva costretto ad un nuovo ricovero in terapia intensiva.