Il partigiano Mori compie 98 anni: «Non temo il Covid, ho paura di Trump»

L'augurio: «Spero tanto che il virus faccia cambiare i rapporti umani. L’America ora deve recuperare il suo spirito democratico»

CARRARA. Ieri Giorgio ha compiuto 98 anni. La sua giornata non è stata tanto diversa dal solito. Ha fatto la spesa ( “le compere – dice lui – perché mia moglie non sta bene e non può più farle”). Ha pranzato a casa e ha ricevuto un regalo bellissimo: la telefonata di auguri delle amatissime nipoti.

Giorgio è Giorgio Mori, fiero partigiano della Brigata Garibaldi. È una delle figure che ha scritto la storia della Resistenza carrarese. È uno che la vita, ormai quasi un secolo, l’ha sempre affrontata guardandola negli occhi. Prima combattendo nelle montagne carraresi, poi abituandosi al buio e alla fatica, giù in miniera in Belgio dove doveva passare solo pochi mesi, e dove invece è rimasto per 16 anni. La moglie, quella che oggi aiuta a “fare le compere” è Cesarina Tosi, l’ultima sopravvissuta delle donne del 7 luglio. Quelle che nell’estate del 1944 al grido di “Oh fante, i tedeschi vogliono portare via la nostra gente” fermarono il rastrellamento nel cuore di Carrara.


Una coppia da libro di storia e un uomo semplice che ammette con candore: «Io non ho paura del Covid, mi fanno paura altre cose, mi fa paura la mentalità di personaggi come Trump (durante tutta la conversazione Giorgio Mori pronuncerà il nome dell’ex presidente americano sempre all’italiana, così come è scritto). «Quando mi chiedono della pandemia, di tutto quello che ha cambiato il mondo in questo anno io dico la mia – continua Mori – e la dico con grande semplicità. Il virus fa paura ai giovani, perché sta condizionando la loro vita, e fa paura alle persone mature che temono di ammalarsi. Io vivo tutta questa situazione con pochi timori, proprio a causa della mia età. Io non ho assolutamente paura, sarà che nella vita ne ho viste tante, e che forse ho visto pure di peggio. A 98 anni non posso avere paura del Covid». E Giorgio Mori ha cambiato di poco la sua vita in questo ultimo anno.

«Metto sempre la mascherina, rispetto le regole – sottolinea – ed esco per fare la spesa e comprare il giornale, ogni mattina. La mia è una vita molto semplice, è sempre stata così e non ho mai desiderato altro». Con Giorgio Mori, che abbiamo contattato al telefono e che ha risposto alle nostre domande con la lucidità e la freschezza di un giovanotto, parliamo dell’anno difficile che si è appena concluso.«La cosa che mi è mancata e mi manca di più? – continua– Sono gli amici, quelli dell’Associazione nazionale partigiani (Anpi) con cui ci trovavamo spesso per parlare delle cose del mondo. Non che io sia un fine politico, ci mancherebbe, ma mi piace ancora commentare quello che succede nel mondo».

E proprio per questo il pensiero di questo partigiano dallo sguardo fiero va a quello che è successo in America solo pochi giorni fa. «L’assalto al Campidoglio americano è stata una ferita per la storia americana – commenta Mori – Quelle cose potrebbero succedere in Italia, in Europa, ma negli Stati Uniti no. Ecco credo che personaggi come Trump debbano fare davvero paura: quel personaggio rappresenta un mondo di potere, una lobby legata alle armi che il mondo intero deve temere».

«Per il virus che sta mettendo in difficoltà tutte le nazioni ci saranno le cure, ci sono i vaccini – incalza Mori – Per le mentalità di odio, per i rapporti umani sbagliati invece non esistono rimedi. Io credo – continua – che per una classe di potere sia passato troppo tempo dagli ultimi conflitti mondiali. È tutta una questione di interessi, e quando ci sono questioni di interessi gli aspetti umani vengono meno. Questo è il mio pensiero, ma, lo ripeto, io non sono uno storico e nemmeno un fine politico. Sono solo un uomo che nella vita ne ha viste davvero tante».

La pandemia, Trump e il futuro che per Giorgio Mori, dall’alto dei suoi 98 anni appena compiuti è in mano ai giovani e alla loro capacità di cambiamento. «Io sostengo che sia necessario un cambiamento radicale – conclude – e spero che il virus abbia contribuito a insegnarci questo. Ci ha fatto sentire soli e indifesi, vulnerabili. Proprio questo deve dare la forza alle nuove generazioni: bisogna cambiare tutto e recuperare l’autenticità dei rapporti. È da qui che bisogna ricominciare, il virus ci ha insegnato l’importanza del fattore umano».



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