I volontari: «Il virus cammina al nostro fianco ma ora sappiamo convivere con la paura»

Il racconto in prima linea della Pubblica Assistenza di Avenza: qualcuno è andato in affitto per non contagiare i parenti

CARRARA. Dal non sapere cosa fare e avere paura di tutto alla piena padronanza della situazione. Ce lo raccontano i volontari della Pubblica assistenza di via Luni di Avenza, che proprio come vi avevamo già raccontato per quelli di Carrara, questa emergenza Covid loro la vivono in prima linea.

Proprio come il loro responsabile Massimiliano Beatrizzotti, che non abbiamo trovato al nostro arrivo perché partito di corsa per un'emergenza. Però ad aspettarci c'erano Carlo Caleo, Samuele Cucurnia, Daniela Pieraccini, Federico Babbini, Nicola Orsini e Giulia Torri.


Alla Pubblica assistenza di Avenza ci sono una cinquantina di volontari più quelli in aggiunta per i servizi collaterali. Come ci spiegano i ragazzi: «All'inizio della prima ondata non sapevamo cosa fare e non lo sapevano neppure al Noa- precisa Nicola Orsini volontario della Pubblica assistenza dal 2 febbraio 1990 referente unità cinofila - arrivavamo con un caso Covid e ci facevano aspettare per ore. La cosa è durata pochi giorni perché anche loro, come noi, dovevamo capire cosa fare».

Ci sono stati di attimi di panico - rimarca Giulia Torri responsabile unità cinofila volontaria da due anni - e spesso avevamo paura perché non sapevamo come comportarci, quando abbiamo trasportato uno dei primi casi Covid mi ero messa quattro paia di guanti, ma non sapevamo cosa indossare e come muoverci. All'inizio per indossare le tute ci mettevamo molto tempo e ci dovevamo aiutare l'uno con l'altro. Temevamo che da un momento all'altro finissero i presìdi. Adesso con la paura ci conviviamo e forse è anche peggio. Quando vedo le foto dello scorso anno mi viene un buco allo stomaco, ora con le mascherine e non ci possiamo più abbracciare».

Paura di contagiarsi per poi ricontangiare - come precisa Carlo Caleo del comitato volontari e vice coordinatore della protezione civile, nella Pubblica da otto anni: «È stata una situazione drammatica, molti di noi per non tornare a casa e contagiare i parenti non tornavano a casa, qualcuno ha preso anche l'appartamento in affitto. Psicologicamente sono state bastonate nella schiena».

O per dirla come Orsini: «All'inizio noi volontari eravamo come carne da macello. Ho guidato una delle prime ambulanza con paziente Covid a bordo e dall'adrenalina non riuscivo a guidare. Avevo la mascherina, il casco, la tuta. Non sapevamo cosa indossare. Io ho vissuto per mesi in casa separato dai miei, abitavamo in due distinte parti della casa».

Ma poco dopo questi ragazzi erano tutti pronti: «Dallo spiazzamento iniziale - prosegue - Carlo Caleo - la casa madre e l'Anpas ci ha preparati adeguatamente. Ora sappiamo cosa fare e come muoverci. Abbiamo creato un punto di sanificazione unica per le ambulanze, mettiamo i materiali in appositi contenitori che sanifichiamo e mandiamo in ospedale per lo smaltimento.

La Pubblica assistenza ha saputo rispondere in maniera eccellente e con determinazione a questa emergenza, abbiamo comprato nuove ambulanze grazie anche alla vicinanza della popolazione che ci è stata vicina anche fisicamente. E adesso è in arrivo anche un'altra ambulanza veterinaria. Ci occupiamo di portare a spasso anche i cani delle persone che sono a casa in quarantena. Nessuno di noi si è mai tirato indietro, questo lavoro lo facciamo perché vogliamo aiutare gli altri e vedere il loro sorriso»-

E poi una tirata di orecchie al governo: «Ora è tutto più difficile - conclude Orsini - prima il Covid era lontano mentre ora cammina con noi. Dovevano prepararci prima e intervenire prima, perché di questa seconda ondata si sapeva». —