Quei 27 pazienti e la lotta con il Covid: “viaggio” in intensiva con il primario

Alberto Baratta: i malati più gravi sono spesso uomini tra i 60 e i 65, sovrappeso e con problemi di diabete

MASSA. Lui, Alberto Baratta, direttore dell’unità operativa complessa di anestesia e rianimazione, la fatica e l’abnegazione di chi ogni giorno lavora con i malati Covid la sintetizza in un’immagine. L’immagine di una giovane infermiera che alza la visiera e mostra a lui, il dottor Baratta, il suo viso: «Guarda dottore, sono diventata vecchia». La pelle disidratata porta segni che fino a poche settimane prima non aveva. È la pelle di chi, per intere giornate, non ha bevuto un sorso d’acqua per non calare la mascherina, di chi ha evitato di idratarsi per non raggiungere il bagno, togliere la tuta per poi doverla indossare di nuovo.

La pelle di quella infermiera, la scorsa estate, quando il Covid ha concesso una tregua, è tornata tesa, morbida. Giovane. Adesso però c’è da rientrare ogni mattina nella tuta, da indossare visiera e mascherina. Da trattenere la sete. Adesso una intera equipe si è rimessa in campo, con lo stesso impegno e la stessa abnegazione della scorsa primavera: «Loro, tutti loro - Alberto Baratta non si stanca di ripeterlo - meritano non soltanto il mio e il nostro riconoscimento, ma anche una gratificazione da parte dello Stato per quanto hanno fatto e continuano a fare».


Dottor Baratta, lei è il responsabile della intensiva. Com’è la situazione?

«Beh, l’intensiva è piena. In questo momento (il dottore parla giovedì sera ndr) accoglie 27 pazienti di cui 20 intubati e 7 con quello che ormai tutti chiamiamo “il casco”, un ausilio alla respirazione. Rimangono liberi soltanto due posti letto. La scorsa primavera dalla intensiva sono passati ben 150 pazienti Covid, in questa seconda fase già ne abbiamo avuti 50. Davvero mi auguro che non si raggiungano i numeri di marzo e aprile».

Quadro pesante. Segnali che possano incoraggiarci?

«Mi sembra di poter dedurre, dai numeri, un leggero calo dei contagi e questo segnala che ci stiamo avvicinando ad un plateau. Il calo dei contagi è un dato rilevante, conferma che le misure prese per il contenimento stanno funzionando. Per vedere gli effetti di quel calo sull’intensiva ci vorrà, però, tempo, almeno un mese, un mese e mezzo e questo perché nel reparto di intensiva non arrivano i nuovi contagiati, ma persone già malate da tempo e le cui condizioni di salute sono peggiorate».

Dottore, chi è il paziente dell’intensiva?

«Beh, rispetto al picco della scorsa primavera, si tratta di persone più giovani, con un’età media di 60-65 anni. In gran parte sono uomini, molti in sovrappeso, tanti diabetici. Ci tengo a dire che chi ha problemi di diabete non deve assolutamente abbassare la guardia in questo periodo, deve fare i controlli con regolarità, curarsi. È fondamentale. Inoltre ho la sensazione, seppur non ancora suffragata da dati puntuali, che ci siano pazienti che a casa, prima del ricovero, non hanno seguito correttamente la terapia medica prescritta. La cura indicata dai medici, delle Usca o di famiglia, deve essere seguita con massima attenzione».

Questa estate il contagio ha subito una frenata, adesso un nuovo picco. Come ha reagito il personale sanitario?

«Io devo fare un grande elogio a tutti gli operatori socio sanitari, agli infermieri, ai medici. Fanno davvero moltissimo: lavorare sei ore con la tuta addosso è durissima. Certo, dopo il rallentamento della scorsa estate, alla ripresa dei contagi ho visto lo sgomento, ma nessuno ha ceduto, nessuno è crollato. Chi lavora con i pazienti Covid merita un encomio e io credo debba essere gratificato. Io lo faccio riconoscendo e lodando il lavoro di quei sanitari, ma credo che anche lo Stato dovrebbe valutare forme di gratificazione e riconoscimento per l’enorme sforzo fatto».

Dottore, un pensiero ai pazienti...

«Per un medico i pazienti sono tutti uguali. Ma devo dire che è uno strazio vedere i malati di Covid lontani dalle persone care. È doloroso sentire i loro famigliari quando chiamano l’ospedale per avere notizie. Ci sono malati che non vedono i figli, i nipoti, gli affetti più cari da 20 giorni e oltre. Noi facciamo il possibile per mantenere vivi i contatti con le famiglie, abbiamo cercato di mettere in piedi un vero e proprio sistema affinché i parenti possano conoscere le condizioni di salute dei pazienti. Come in primavera, ogni volta in cui ci è possibile, facciamo videochiamate per mantenere un contatto con le famiglie, ma fa davvero male pensare ad un malato lontano dalle persone che ama». 
 

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