Contenuto riservato agli abbonati

Marchio del marmo, voce unanime: «È pronto, ora i big aprano la strada»

Se ne parla da anni, come ricordano Mirco Felici, Dino Sodini, Luciano Massari e Paolo Bedini: basta un aggiornamento

CARRARA. Fa discutere e di fatto riapre l'annoso dibattito sulla nascita di un marchio del marmo di Carrara la consultazione pubblica sul tema della protezione delle indicazioni geografiche per prodotti non agricoli della Commissione europea (del 2014), rilanciata nei giorni scorsi dal Tirreno. E all'orizzonte intanto spunta un tavolo ad hoc. Tra i celebri esempi che cita la Commissione ecco il cristallo di Boemia, il tessuto di Tartan scozzese, gli arazzi di Aubusson, e anche il marmo di Carrara: protezione, ma anche valorizzazione del tradizionale know-how europeo, i concetti sul tavolo europeo. E allora il dibattito si (ri)apre, con una cadenza ciclica praticamente: non tutti sapevano degli indirizzi della Commissione europea, ma il coro sull'utilità, il senso di avere un marchio, è pressoché unanime; con vari spunti, sfumature, certo, ma la sostanza è immutata. Un tema, quello del marchio, lo ricordiamo, rilanciato qualche settimana fa dal neo-presidente di Confindustria Matteo Venturi, annunciando «novità» a riguardo nella sua conferenza stampa di presentazione. «Già pronto, i “big” aprano la strada». Varie le voci degli addetti ai lavori.

Tra i precursori di un marchio sul marmo carrarese c'è sicuramente Mirco Felici (Confartigianato Marmo della Toscana): «Al di là del caso specifico, della Commissione europea del 2014, gli indirizzi europei erano e sono chiari. Parlo e lavoro al marchio dal 2001 e già da tempo era un argomento “caldo”; ripreso a quel tempo con la nascita del consorzio “Marmo Artistico Carrara” che non c'è più. Rimane quel marchio nato dal Consorzio, di cui c'è ancora il disciplinare; sono date comunque che testimoniamo il passare del tempo, il marchio torna fuori quasi ciclicamente. Una cosa è però certa: serve», spiega Felici che non ha dubbi e insiste: «L'importanza sta nella qualifica sulla lavorazione. Sarebbe un sistema utile per tutti, al piano e alle cave. Specialmente in un mercato globale nel quale da tempo stanno prendendo campo i materiali “simili”, la finta pietra naturale. Ora va fatto, senza altre perdite di tempo, l'appello è quello della creazione di un tavolo permanente sul lapideo che possa affrontare finalmente anche questa tematica». E un paio di anni fa i tempi sembravano davvero maturi. Poi i dossier, gli studi e le idee sono ritornati nei cassetti.

«Non c'è un “problema” marchio. È già pronto volendo, la parte cosiddetta burocratica intendo, come il disciplinare, c'è già. Certo, visto che parliamo di qualche anno fa magari possiamo aggiornare qualche punto, su quello noi siamo disponibili a convocare un tavolo già da lunedì. Avevamo affidato il tutto a un'azienda specializzata per una cifra di 50-60 mila euro», commenta il presidente dell'ente camerale Dino Sodini che cita l'esempio del consorzio (e del marchio) del Parmigiano Reggiano. E aggiunge: «Le idee e gli esempi non mancano, ma il marchio è fondamentale. Ma sono le aziende che devono aderire, con quelle più grandi a fare da traino, ne gioverebbero così tutte. Della questione si parla da anni; due anni fa sembravamo vicini, ma poi nulla. Noi ci siamo», dice Sodini.

Artigiani e artisti

«Il marmo è il nostro filo conduttore: come materia di costruzione, per esprimere sentimenti, per raccontare la storia: nei tempi moderni il problema però è chiedersi dell'utilità di un marchio. Serve davvero ormai? Ecco, sì, purché dietro ci siano contenuti, idee, volontà, forza (economica anche) da parte della collettività di sostenere un marchio nei grandi mercati globali. Se deve essere solo una griffe senza concetto, un marchio vuoto, senza alzare l'asticella, no grazie, rischierebbe di diventare una barzelletta», è il pensiero del direttore dell'Accademia di Belle Arti Luciano Massari. Insomma, bene un marchio, ma che non sia soltanto un spot o un carteggio impolverato nei cassetti. La chiosa è affidata poi alla Cna apuana. «Sono tanti anni che ne parliamo, è uno strumento utile e importante. Ci sono in ballo temi come sostenibilità, tracciabilità, filiera e formazione. Il marmo deve creare quel valore aggiunto alla comunità. Ripeto, sono tanti anni che si parla di un marchio del marmo – osserva Paolo Bedini (presidente Cna apuana) - C'era già un protocollo, ho seguito l'iter direttamente, poi tutto si è fermato. Noi siamo disponibili a sederci a un eventuale tavolo per riaprire il discorso, fin da subito. Anche perché ce ne parla l'Europa, e noi?».