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Il fotoreporter da 40 anni dietro l'obiettivo: «Per uno scatto si deve osare»

Claudio Cuffaro, al Tirreno da 40 anni, ha seguito tutti i grandi avvenimenti. «Il momento che devi fermare è uno e deve esprimere tutte le connotazioni». E racconta di quella volta che la polizia caricò anche lui alla Farmoplant

MASSA. Ci scusiamo in premessa per il poco garbo, ma la realtà a volte chiede un sacrificio alle buone maniere. Claudio Cuffaro è il fotografo dei “vaffa”; no, non pensate male, mica va in giro a insolentire chi gli capita a tiro. È che lui misura la qualità del suo operato dai “vaffa” presi. Se la situazione è tosta e i vaffa che riceve sono pochi, allora è andata male. Per quanto incresciosa possa sembrare, il vaffa è un’unità di misura adeguatissima per un fotografo come lui, uno che la foto la punta e se la va a prendere a qualunque costo. Va dove altri non si spingono, perché quello è il punto quando si tratta di notizie e informazione. Arriva in una situazione e si fa strada a reflex alzata, usandola come si userebbe un machete per fendere le liane. Finché non arriva al cuore “di quell’unico scatto che bisogna fare”, come dice lui. Come fa da 40 anni a questa parte per Il Tirreno di Massa-Carrara. E sua è la raccolta di scatti che dall’11 agosto il giornale regalerà a voi lettori.



Come hai iniziato a fare foto per Il Tirreno?

«Era il 15 aprile 1981. Ero all’università e durante l’estate comprai una roulotte facendo poster in dieci minuti. Ti sedevi, c’era un piccola sala posa e alla modica cifra di lire diecimila avevi un ritratto. Ne girano ancora tanti».

Sembra più rilassante rispetto a fare il fotoreporter.

«La redazione di Massa aveva necessità di un fotografo di redazione, il caposervizio era Silvio Matelli. Dal 1998 ho preso la redazione di Carrara e dal 2000 anche la Lunigiana».

Sarà cambiato il mondo della fotografia in 40 anni.

«Prima dovevo sviluppare un rullo e portare le fotografie al giornale, ora faccio tutto col computer. Ma non credere che sia cambiato molto il lavoro. È tutto più veloce, ma la tipologia di foto che serve è rimasta lo stesso. Non ti puoi mai tirare indietro e lo sai».

Hai imparato così?

«S’impara sulla strada. A me piaceva la fotografia anche prima, però il bagaglio tecnico e le capacità in un settore giornalistico le impari sulle notizie. Tra un calcio nel didietro e uno schiaffo, e ne ho presi eh, o con la gente che ti rincorre perché non vuole essere fotografata».

Quale abilità non può mancare a un fotoreporter?

«Il coraggio. E guardare quello che succede, se ti distrai può essere fatale. Nel giornalismo la foto è una sola e se non hai quella foto lì, quelli con cui hai a che fare ti dicono che sei uno scemo. E hanno ragione. Il giornale non mette video o mille foto: ne mette una. E deve essere quella che esprime tutte le connotazioni, le emozioni, le contrapposizioni che di volta in volta ti trovi davanti».

Ogni tanto qualcuno ti ringrazia?

«No, ringraziare no. Se ho ricevuto osservazioni erano negative, perché la gente che le ha vissute non gradiva essere sul giornale.

Direi che è uno dei motivi della forza delle tue immagini. Veniamo alla raccolta che Il Tirreno regalerà ai suoi lettori. Sono foto rimaste nell’immaginario collettivo: penso agli alluvioni, alla nube Farmoplant o ai grandi fatti di cronaca nera. Ce ne racconti uno?

«A me torna in mente la carica della polizia durante le proteste dopo l’esplosione della Farmoplant. Quel giorno vennero i ministri Lattanzio, Ruffolo e Ferri a confrontarsi col sindaco e altri politici locali. C’era gente in strada, paura e rabbia. Sentimenti contrastanti. Poco controllati. A incontro concluso 300 persone erano di fronte alla prefettura a protestare e Lattanzio non volle uscire dalla porta di servizio in via Alberica. Per farlo uscire la polizia pensò di fare cariche per disperdere la gente. Non erano operai ben piazzati quelli: donne, bambini e anziani preoccupati per il loro territorio. Le manganellate volarono, eccome, io stesso ne presi una».

Le cariche della polizia contro i cittadini che protestavano per la Farmoplant


Hai mai abbassato la macchina fotografica di fronte a una notizia?

«Abbassata no, una volta però decisi di non pubblicare. Fu per Ovidio Bompressi (l’ex militante di Lotta Continua condannato per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi), quando dal carcere venne mandato ai domiciliari e da lì all’ospedale perché stava male. Io andai lì e lui mi pregò di non usarla. E io non la usai. Eppure di lui avevo documentato tutto, dall’ arresto epoi tutto il percorso fino alla grazia. Credo però di aver fatto bene a non pubblicare quella volta».

Diciamocelo tra noi, questa non la pubblico. Oggi ne hai presi vaffanculo?

Ride. «No, oggi no».

Che ci volete fare, anche i migliori hanno giornate no. —