Coronavirus, guarito dopo 35 giorni di inferno: "Mi mancava l'aria e avevo paura di dormire"

Massa, Adriano sabato scorso è tornato a casa e ha rivisto i suoi figli: "Ma non li ho abbracciati, perché sono ancora spaventato"

MASSA. Adesso il sole se lo gode. Si siede accanto alla finestra, guarda il giardino e assapora il momento. Il tepore sul viso, la felicità di essere a casa, di vedere suo figlio giocare. Essere vivo e respirare: «Questa malattia – ripete come un mantra Adriano Riani - ti toglie l’aria». Quell’aria che lui, adesso divora a pieni polmoni: ce l’ha fatta. Ha vinto il coronavirus e da sabato è tornato dalla sua famiglia. Sessantaquattro anni, la ventilazione assistita, l’ossigeno per giorni, la paura di addormentarsi per non svegliarsi più, poi i primi risultati incoraggianti. L’ossigenazione che sale, i polmoni che tornano a lavorare, il virus che si fa più debole. Adriano Riani, fivizzanese, si è sentito male 35 giorni fa: una febbre continua, mai alta, ma sempre presente. «Avevo un mal di testa terribile - racconta oggi - e la temperatura che variava tra i 37,5 e i 38. Non avevo tosse e non avevo raffreddore, ma ero molto debole. Poi - e la voce si fa flebile e rotta - le mie mani hanno iniziato a scurirsi».

L’ossigeno comincia a mancare e il medico consiglia il ricovero. I sanitari accertano che Adriano sta combattendo con un batterio. Sì perché anche quello ci si è messo di mezzo, a complicare il quadro clinico: « Hanno rilevato la presenza del batterio, poi il tampone ha confermato anche il coronavirus. Non riuscivo a respirare, non riuscivo a prendere aria, non potevo stare in piedi, non mangiavo». 

Adriano non può dimenticare i visi dei medici di fronte alla sue lastre polmonari: «Li ho visti sbiancare, impallidire. Ho visto mia sorella, che lavora in ospedale , piangere. Mi hanno dato un giorno di vita, un paio massimo». Invece Adriano ce la fa. E la sua battaglia decide di combatterla a Fivizzano: «Ho firmato per rimanere lì. Sapevo bene cha non c’era terapia intensiva, ma volevo restare nel mio paese, a casa mia, tra volti noti. E davvero devo moltissimo a tutti i sanitari, il loro è stato un immenso contributo di forza. Sono stati grandiosi tutti quanti, dagli operatori sanitari al primario, mi hanno preso a braccetto. Ma il grazie più grande - Adriano si commuove - devo dedicarlo a mia sorella per tutto quello che ha fatto per me». Una lotta senza tregua e la paura di dormire: «Per 17 giorni - Adriano rompe il velo dell’intimità e si confida – non ho chiuso un occhio perché temevo che, se lo avessi fatto, non mi sarei più svegliato. Mi hanno assistito senza sosta, sostenuto con la ventilazione assistita, la maschera dell’ossigeno mi dava tanto fastidio, ma mi ha aiutato moltissimo». Poi quelle analisi incoraggianti, l’ossigeno che aumenta nel sangue e i primi- seppur lievi - morsi ddella fame: «Per giorni non mi sono alimentato, ho perso 21 chili, poi l’ultima settimana, grazie alla pazienza e all’amore dei sanitari, sono tornato a mangiare. Qualche cucchiaio di riso e poco più, ma era già molto».

Sabato scorso Adriano torna a casa. Vede i suoi figli, di 23 e 1 anno, ma non li ha abbraccia: «Sono spaventato, sono guarito, ma questa è una malattia sconosciuta, chissà… Ho scelto di vivere isolato per altre due settimane, mia moglie mi porta il pranzo con la mascherina. Ho troppa paura. Respiro bene, ma sono scioccato». Un pensiero fisso: il respiro. «Ho acquistato il misuratore dell’ossigenazione per verificare che i miei polmoni funzionino al meglio». Ora Adriano respir a e vede la luce:«Ma a tutti dico di stare attenti, di stare distanti anche dal più caro degli amici. Per lui e per noi. Questa è una malattia terribile. Terribile.Ora vedo la luce. Adesso mi godo il sole». Dalla finestra, sul giardino. Mentre suo figlio gioca.

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