L’escavazione choc nelle cave di marmo nel film di denuncia “Antropocene”

L'immagine delle cave di Carrara utilizzata per una delle locandine del film Antropocene

Le uniche due località in Italia che appaiono sono Carrara e Venezia. Nel documentario parla anche l'imprenditore carrarese Franco Barattini

CARRARA. Le cave di marmo di Carrara e la mano dell’uomo, nel senso più deleterio del termine, in un duro film di denuncia sui disastri della Terra. “Antropocene - L’epoca umana”, si intitola cosi il documentario a tema ecologico realizzato dai registi Jennifer Baichwall e Nicholas de Pencier insieme al fotografo Edward Burtynsky per denunciare i disastri ambientali planetari dovuti all’azione distruttiva dell’uomo. «Mentre lavoravo ad Antropocene -spiega Burtynsky a proposito di Carrara- ho avuto l’opportunità di tornare nel luogo preciso che fotografai nel 1993, un “sito di immensa estrazione umana”, modificato dalla “tecnologia rivoluzionaria di perforazione, al pari dell’invenzione degli esplosivi, e del taglio del diamante che hanno fatto avanzare i metodi di estrazione».. L’artista parla di «architetture negative o invertite». Nel film, girato in ben 20 Paesi, 43 luoghi diversi e 6 continenti, si vedono foreste che bruciano, oceani ridotti a discariche, grandi pareti di cemento che coprono il 60% della costa cinese, la spietata caccia a specie animali ormai quasi estinte, miniere di potassio negli Urali russi, stagni di evaporazione del litio nel deserto cileno di Atacama ed anche le nostre cave di Carrara, sconvolte dall’escavazione. La pellicola, infatti, inizia a Nairobi, in Kenya, mostrando la grande raccolta di zanne d’avorio dopo la caccia agli elefanti africani e, una volta filmata la citta-fabbrica di Norilsk, in Siberia settentrionale, la più inquinata della Russia, si sposta a Carrara, dedicando diversi minuti alla nostra città, la quale, insieme a Venezia, che sprofonda nel mare, è l’unica località italiana ad apparire nel film.

Franco Barattini, l'imprenditore di Carrara che appare in Antropocene


«Ogni anno estraiamo dalla terra dai 60 ai 100 miliardi di tonnellate di materiali -racconta fuori campo la voce narrante del premio Oscar Alicia Vikander- spostando una quantità di sedimenti superiore a tutti i fiumi del pianeta sommati insieme». Le nostre montagne compaiono dopo 12 minuti dall’inizio del film, quando appare una didascalia con scritto “Carrara, Italy”. Assistiamo così ad una normale giornata di lavoro in cava, caratterizzata dalla lotta titanica che l’uomo, con l’aiuto della tecnologia, conduce quotidianamente contro la natura. La macchina da presa, prima attraverso un dolly verso l’alto e poi con un lungo e suggestivo carrello all’indietro, riprende il dorso di una montagna, che, sconvolta dall’escavazione, sembra ormai un’opera d’arte cubista. Vediamo poi all’opera un escavatore, che con il suo braccio meccanico cerca di sollevare un enorme blocco di marmo strappato dal cuore di una cava. La materia sembra volersi difendere e resiste, costringendo la gru a sollevarsi da terra. La colonna sonora nel frattempo, con un brano di musica lirica, esalta l’epicità di questa lotta. Alla fine, però, è la macchina ad avere la meglio.

L’azione si sposta poi in un laboratorio artistico della nostra città, riprendendo alcuni artigiani mentre scolpiscono copie del David di Michelangelo ed altre statue in marmo. Il film riporta anche le dichiarazioni di Franco Barattini, titolare delle Cave Michelangelo, che racconta: «Quando ero ragazzo si lavorava a mano, ci volevano quindici giorni per ottenere un taglio. Oggi ne basta uno solo. Prima era l’uomo che lavorava, non gli escavatori». Barattini ripercorre brevemente anche la storia. «La lavorazione delle cave -ricorda- inizia con i romani. Quando vi arrivò Michelangelo, esistevano già. Qualcuno avrebbe voluto spingerlo a recarsi a Pietrasanta, per fargli utilizzare il marmo estratto dal monte Altissimo, ma egli si rifiutò, mandò tutti affan..., perché aveva capito che la materia ideale per le sue opere era presente solo qui da noi. Il marmo di Carrara, infatti, è unico al mondo».

L’imprenditore carrarese, raggiunto telefonicamente, ha però precisato di non condividere assolutamente le tesi degli autori di “Antropocene” sulle cave.

«Il fine del mio intervento -ha spiegato Barattini- era ripercorrere le circostanze che hanno portato all’inizio della lavorazione delle cave ed ho anche cercato di spiegare ai registi che non è assolutamente vero che vengono distrutte per fare il dentifricio. Anche quando ho sottolineato le differenze esistenti tra la lavorazione di oggi e quella di quando ero giovane, volevo solo far capire quanto sia progredita la tecnologia in questi anni».

Ad ogni modo, la presenza delle cave di Carrara in un film di distribuzione internazionale, seppur in un ottica complessivamente negativa, rappresentano sicuramente un motivo di attenzione sulla nostra città. Alla fine, emerge che nel mondo l’unico marmo di qualità è quello di Carrara. Il problema di fondo sono i ritmi di escavazione e il rispetto della montagna.

L’anteprima nazionale di “Antropocene” è fissata per domani alle 21 all’arena sotto le stelle del Mandela Forum, a Firenze. Il documentario, distribuito in tutto il territorio nazionale dalla Fondazione Stensen di Firenze, impegnata per la prima volta in questo ruolo prestigioso, uscirà nelle sale il 19 settembre. Sono previste anche due proiezioni al cinema comunale “Garibaldi” di Carrara, gestito da Silvano Andreini. —

David Chiappuella

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