«Carrara torni a pensare in grande. L’Arca un atto di amore verso la città»

Fabio Cristelli e Frank Breidenbruch

Dialogo a due sull'arte e sul futuro della città tra il grande artista Frank Breidenbruch e il gallerista Fabio Cristelli.
E parte la proposta: «L'"Arca che non salva nessuno" collochiamola sulla cima tagliata dei Bettogli»

«La città deve tornare a pensare in grande»: dopo un’ora e passa di confronto, di dialogo a tutto campo sull’arte, e sulle prospettive artistico-culturali di Carrara, dopo essersi dati anche sulla voce – alzandola – almeno quattro o cinque volte, alla fine l’artista di caratura internazionale Frank Breidenbruch e il gallerista ed esperto d’arte Fabio Cristelli arrivano a un punto di sintesi. Sentiamo Cristelli: «Carrara ha una fama internazionale, non può più fare operazioni di piccolo cabotaggio: dicono che ci sono due musei, ma uno, il Cap, l’ultima volta che lo vidi, assomigliava a un grande magazzino, l’altro, il Carmi, è un museo di Michelangelo senza Michelangelo, e poi sono piazzati agli antipodi della città, quello della Padula non ha neanche un parcheggio, il Cap ha un’assurda scalinata. E non parliamo dei contenuti. Carrara ha bisogno di eventi e di artisti di grandissimo richiamo, quando si facevano i simposi di scultura c’era l’attenzione di tutto il panorama artistico che contava. Ora per riagganciare i circuiti dei visitatori che possono spendere, bisogna programmare una serie di operazioni di alto profilo, sapendo che serviranno almeno quattro o cinque anni per diventare competitivi. Ma da qualcosa bisogna partire: qui avevamo la possibilità, negli Anni 80, di accogliere Botero, Ivan Teimer, Igor Mitoraj, Giò Pomodoro, e non ci siamo riusciti. Qui è vissuto Victor Lucena, grandissimo artista di importanza universale. Partiamo da grandi operazioni, grandi nomi: se il progetto è serio, i finanziatori si trovano. E poi rilanciamo i Musei, con raziocinio, passione, manager di spessore internazionale, collaborazione con l’Accademia, ricostruendo tutto. C’è tanto da fare, fondamentale è ragionare in termini di sinergie». Frank osserva Cristelli mentre tira le fila di un’ora e di confronto e interviene. «Attenzione però, come ci siamo detti: le grandi operazioni necessariamente sono episodiche, possono durare 15 giorni, un mese, poi? E’ come la Marble Week, o Convivere, pochi giorni e dopo il deserto. Grandi operazioni ma insieme a loro, credo che servirebbe un maggior sostegno a quel rilancio del tessuto espositivo diffuso che è partito con l’operazione “Lacost’vo”, tante opere d’arte in un percorso all’aperto, sempre visibili, senza orari. Però – aggiunge Frank – non si può partire a compartimenti stagni. Se uno arriva qui, ammira le opere d’arte, visita una galleria, guarda un’installazione, poi cosa fa? Nei giorni festivi ci saranno due bar aperti, i negozi chiudono, i fondi sono tutti sfitti: allora torno a dire, come ripetuto più volte, dateli a noi, li puliamo, li teniamo aperti, paghiamo le bollette, con l’impegno che se qualcuno lo vuole in affitto lo riconsegniamo subito. Ma in una città di luci spente, senza bagni pubblici, non può bastare l’arte a risollevarla, per arrivare a quei Musei di vero richiamo servono anni, nel frattempo bisogna anche partire dalle operazioni che si possono portare avanti da subito». «Certo – interviene Cristelli – l’arte da sola non basta, ma può dare l’input, la scossa, può dare un indirizzo. Guarda, finora l’amministrazione non ha fatto niente di forte e significativo, non è bello dirlo e mi dispiace, ma non può andare avanti così all’infinito. Alla Carrara Gallery della famiglia di Alberto Franchi, che gestisco da un anno, ormai ho il polso della situazione: quando hai una mostra importante, di richiamo, in tanti arrivano da lontano e non se la perdono. Il pubblico di appassionati è vastissimo, è una miniera per tutte le attività e i locali pubblici. Ma immaginate questa piazza Alberica con cinque, sei grandi installazioni di artisti di primo piano, un faro che spara in cielo visibile da chilometri e che incuriosisce, un percorso organizzato che ti porta alle cave e poi in centro città, un circuito di gallerie, di fondi illuminati con opere di artisti emergenti… Altro che Saint Paul de Vence». Qui interveniamo noi: sì, però a Saint Paul de Vence c’è anche la Fondazione Maeght, per terra ci potresti mangiare da tanto che c’è pulito…

«E facciamolo anche qui – ribatte Frank – perché dalle altri parti si può e qui no? Per ora, Lacost’vo sta andando avanti, ho trovato buona volontà e collaborazione, sui fondi non mi riesce far decollare la proposta e mi dispiace, sarebbe determinante». Domanda a Frank: dodici anni fa di questi tempi in una intervista sul Tirreno hai parlato del tuo progetto straordinario dell’”Arca di Noè che non salva nessuno”, una maxi scultura-installazione da piazzare in una cava visibile da decine di chilometri di distanza ma ad oggi non c’è… L’arca, lo ricordiamo, dovrebbe essere realizzata con sette blocchi di marmo da quattro metri circa ciascuno per lato, si sviluppa quindi per circa 28 metri. L'"Arca" è concepita perché l'acqua rimanga all'interno, e non all'esterno come nell'arca biblica di Noè: «Chi arriverà vicino, e guarderà dentro – spiegava Breindenbruch al Tirreno nel presentare l’idea, nel 2007 - vedrà se stesso, specchiato, e potrà ritrovare la sua anima». Come dire: è in noi stessi che dobbiamo cercare la salvezza, non dobbiamo aspettare di salire sull'Arca. Originario di Wuppertal, in Germania centrale, 56 anni, Breidenbruch arrivò a Carrara perché attirato dal marmo e dalla tradizione; arrivò con una Mercedes scassata, adesso le sue opere sono contese dalle gallerie e dagli esperti di tutto il mondo. È incantato dalle nostre Apuane, al suo attivo oltre a mostre in tutto il mondo anche la collaborazione con A. R. Penck, uno dei mostri sacri dell'arte contemporanea, con il quale realizza anche il gruppo di sculture "Himmlische Sturzer", esposta nel parco di sculture Gori a Celle di Pistoia.

Riprendiamo il filo del ragionamento sull’Arca che non salva nessuno.. «Il mio progetto è sempre valido – spiega Frank Breidenbruch – bisogna trovare la localizzazione adatta, deve essere visibile sia di giorno che di notte, con una illuminazione speciale, e deve essere raggiungibile».

Il murale di Kobra in cava ha aperto la strada, l’Arca sarebbe un motivo di richiamo ancora più spettacolare. Aggiunge Fabio Cristelli: «Ho seguito sui giornali le polemiche sulla cima dei Bettogli. Sinceramente, se lassù fosse installata l’”Arca che non salva nessuno” io ne sarei contento. Sarebbe un segnale forte, se nella chiarezza e nella trasparenza si riuscisse a collegare un impegno forte degli imprenditori a un tipo di escavazione sostenibile, che poi prevedesse la garanzia di una risistemazione della cima tagliata con una simile opera d’arte, ne trarrebbe giovamento tutta la città.

Quindi, chiediamo, a suo avviso quella cima andrebbe tagliata e poi risistemata con l’Arca, anche nell’interesse del lavoro marmifero?

«Certamente - risponde Cristelli - ma lo sa perché? Perché il marmo è l’unica nostra risorsa, sull’estrazione marmifera vive, considerando l’indotto, il 50 per cento delle famiglie carraresi. A volte è facile avanzare critiche anche forti anche al settore, non conoscendone a fondo le intrinseche difficoltà. Sono convinto che il marmo, ribadisco, è l’unica risorsa per fare vivere Carrara e i carraresi. Pertanto, ritengo che la cosa migliore sia parlare chiaro, dare indicazioni precise, mettersi a un tavolo e far ripartire davvero la città, tutti insieme, il Comune, inteso come noi tutti cittadini, e gli imprenditori. Per pensare in grande servono persone di grande spessore, e di carrarini pensanti qui, o emigrati in altre città per mancanza di opportunità ce ne sono tanti: rilanciare il tessuto cittadino nella collaborazione equivale anche a ridare opportunità di lavoro, a creare un percorso virtuoso. Ma bisogna partire e avere la forza di farlo, speriamo di farcela”. Frank annuisce. La proposta è lanciata. —

M.B.