Il monumento incatenato al podestà-poeta che divide la memoria

La stele viene scoperta il giorno dell'inaugurazione

Mesi di polemiche a Massa tra l'amministrazione di centro destra che ha voluto la stele e il movimento antifascista che la contesta. Una battaglia culturale, oltre che politica, fatta di parole e interpretazioni che si contendono il mondo attuale in un faccia a faccia sul passato. L'opera il giorno prima dell'inaugurazione è stata imbrattata con della vernice rosa

MASSA. È il 13 dicembre del 2018 quando l'amministrazione di centro destra, guidata dal sindaco Francesco Persiani, delibera attraverso un atto di giunta di posizionare in una piazza del comune un monolite, un blocco di marmo bianco, di quello proveniente dalle vicine cave di Carrara, alto quasi tre metri e con incisa la poesia di Ubaldo Bellugi Primavera de Massa. Nella delibera si legge che la realizzazione dell'opera “sia iniziativa meritevole di piena approvazione”, tenuto conto che l'uomo “è stato letterato, commediografo, drammaturgo, poeta”. Non viene aggiunto altro.

Il nome però è molto conosciuto in città. Infatti a Massa si scatena il conflitto. Si perché oltre a scrivere poesie, Ubaldo Bellugi, si è occupato di tanto altro nel corso della sua vita. Dal 1927 al 1938 è stato podestà dell'allora Apuania, come si chiamava la provincia di Massa Carrara ai tempi del fascismo. Prima ancora è stato squadrista e “fascista antemarcia” riportano alcuni documenti ufficiali. E a Massa c'è chi lo ricorda mentre indossava la sua camicia nera. Iniziano a diffondersi memorie e racconti dell'epoca. Un grande dibattito cittadino fa emergere ciò resta dell'anima antifascista della città. E che ricorda alle istituzioni locali di amministrare quella che è stata la prima tra le province italiane ad essere decorata della medaglia d’oro al valore militare, onorificenza che è stata assegnata il 14 giugno 1947, quando ancora si chiamava “Apuania”.

UNA MEMORIA CONTESA

«Premetto che per parlare e scrivere della lunga attività politica e “letteraria” di Ubaldo Bellugi, vissuto circa 90 anni parte dei quali libero in una Italia democratica, repubblicana e con una sua Costituzione scritta dopo la liberazione dal nazifascismo, non basterebbe una enciclopedia», scrive il giornalista Giancarlo Bertuccelli. «Ma visto che ormai molte cose sono state dette, scritte e dibattute, tralasciamo questo oceanico approfondimento per addentrarci in alcuni episodi che hanno visto il “nostro” a capo degli squadristi già prima del 1920, quando scorrazzava con le sue squadriglie, teschi sulla fronte, scudisci e moschetti in mano, in tutto il territorio provinciale, colpendo tutti e tutto ciò che non aggradava a questa organizzazione, inizialmente occulta, nata in un sottoscala di via Cavour a Massa».

Il podestà poeta Ubaldo Bellugi

E i “buchi neri” della vita di Bellugi, trascurati dalla delibera comunale, vengono  a galla: la sua partecipazione nel luglio 1921 insieme ad Amerigo Dumini – che fu capo della squadra che uccise Giacomo Matteotti - ai “fatti di Sarzana”; il trattamento riservato agli antifascisti come Leonida Tonarelli, perseguitato fino ad essere costretto a scappare in Francia per poi tornare a casa in quanto malato di tisi e lasciato morire all'età di 26 anni. A causa dei suoi ideali di giustizia e di libertà, a lui Bellugi negò le cure all'ospedale civico di Massa. E per ogni frammento di memoria del periodo fascista, quasi sistematicamente in città iniziano a spuntare anche ricordi di chi si opponeva all'oppressione. Legati al dottor Carlo Orecchia, che disobbedì al podestà Bellugi e tentò di salvare Tonarelli. A Aldo Salvetti, che piuttosto che rendersi complice dei crimini fascisti preferì salire le montagne e unirsi ai partigiani.

«Sono stato alla scuola che ha preso il nome di Aldo la scorsa settimana – ha raccontato Aldo Tamagna, nipote del partigiano - E mi sono dimenticato di dire ai ragazzi l’unica cosa che veramente avrei voluto raccontare: ad Aldo fu chiesto di unirsi ai nazifascisti. Ma rifiutò perché aveva visto che cosa facevano. Tra l’andare con loro e l’andare con i partigiani c’era una bella differenza. Combattere in montagna non era come arruolarsi. Significava non avere abbastanza armi, come invece avevano dall'altra parte. Significava non avere sempre da mangiare, come invece avevano dall'altra parte. Significava rischiare di essere bombardati dalla città, dov'erano i fascisti. Perché quelli, su in montagna, mica si avvicinavano». Anche Cesare Valesi, figlio di un artigiano anarchico venuto a mancare nel 1967 e «che nel periodo fascista subì carcere e violenze, tanto che il suo fisico, ancora giovane dopo la liberazione, era precocemente invecchiato», non utilizza mezzi termini nel condannare l'opera voluta dall'amministrazione: «Un monumento a Bellugi? – si interroga Valesi – Lo ha già avuto. Ha vissuto».

LA PUREZZA DEL DIALETTO

Ma l'amministrazione, lo scrive più volte, non intende certo celebrare il passato fascista del Bellugi. Solo un aspetto della sua vita: la sua produzione letteraria, la sua poesia, le sue parole: “L'iniziativa privata - sono comuni cittadini a finanziare l'opera -, patrocinata e supportata da questa amministrazione comunale, non ha costi per l'Ente e rappresenta un omaggio alla poesia massese, proprio nel giorno in cui si celebra la Giornata mondiale della poesia, di cui Ubaldo Bellugi è stato a Massa il più importante esponente”. Solo una questione di poesia, insomma. In ballo ci sono solo le parole. E allora guardiamo a quelle. Mentre scrive la poesia Primavera de Massa, del 1930, Bellugi pubblica l'opuscolo intitolato “Massa nell'anno V del Littorio” in cui illustrava una sorta di programma cittadino: “Rinforzerò la lotta. I nemici tremeranno, purificherò l'ambiente cittadino, con un azione metodica e martellante di ogni giorno, le camicie nere disinfetteranno, metro dopo metro, casa per casa, le zone rurali”. Qualche anno dopo, nel 1938, si dimette dal ruolo di podestà per assumere la carica di direttore-responsabile di un giornale, Il Popolo Apuano.

È fra quelle pagine che la propaganda fascista, numero dopo numero, promuove la difesa della razza allineandosi al progetto nazista di Adolf Hitler. E mentre la guerra al «nemico comune» avanzava, in quelle copie, accanto al nome del direttore responsabile, compaiono anche centinaia di trafiletti che riportano le sentenze a carico di donne e uomini della provincia di Massa Carrara obbligati a pubblicare sul giornale del Bellugi, e anche a pagare di tasca propria per la pubblicazione, per essersi macchiati del reato di “annacquare il latte e l'olio”, aver aumentato di “5 lire il prezzo delle patate”, aver “diluito l'alcool del vino”. Per questo i massesi, i carraresi e i montignosini erano condannati a mesi di reclusione. La guerra avveniva su diversi livelli e in diversi paesi, assumendo diverse forme: dall'alto al basso, da una gradazione all'altra delle pelle, da un accento all'altro, da una lingua all'altra.

È curioso notare come molti anni dopo, nel 1967, Bellugi continuerà ad utilizzare certi vocaboli anche per definire la sua poetica. Lo si legge chiaramente nella premessa del libro Pan fatto en cà, che contiene la famosa poesia incisa sulla stele. “In quale rione cittadino si sia parlato il vero dialetto massese, al tempo in cui ogni dialetto poteva ancora vantare la sua purezza, non è certo agevole dire”, scriveva Ubaldo Bellugi. “A me pare tuttavia che le due varietà più autentiche della nostra parlata (se escludiamo le suburbane, le montane e le rurali) possano ritenersi quelle che vigoreggiano alla Martana e al Ponte. Per me, naturalmente, borghignano del Ponte, la turbolenta contrada che ha messo peraltro da un pezzo molta acqua nel suo vino, il classico favellare massese fu quello che succhiai con il latte materno, nel natio borgo”. In quella premessa Bellugi si interroga su come confinare il dialetto massese, dargli un inizio e una fine ben precisa. Ricerca la sfumatura più autentica, escludendo comunque il parlato delle zone suburbane, montane e rurali. “A questo punto un vero artista avrebbe dovuto dinanzi a sé una stupenda materia da trattare: una diversità quanto mai pittoresca di modi e forme idiomatiche in cento guise sfumanti, e la possibilità di porre sulle labbra di ciascun tipo il suo proprio linguaggio”. E Bellugi ci prova. Anche se ammette che il suo metodo, è, come dire, improvvisato. “A qui non mi soccorsero le forze. Quel che io seppi fare ahimè, lo feci solo d'istinto, senza un pizzico di buon sale filologico in zucca, e fors'anche privo di quel paziente minuzioso scrupolo che sempre sostiene l'opera di un vero artefice. Accade dunque che il risultato, diciamo così, storico linguistico, della mia annosa scorreria poetica, fissato in queste composizioni, non sia forse dei più apprezzabili”. E lui stesso sottolinea anche nelle note a piè di pagina di aver attinto alla fantasia per la creazioni di alcune parole. Ma anche di non essersi mai assunto l'onere di registrare scientificamente il dialetto massese. “Per la verità non mi ero mai posto un simile compito, che intravedo solo oggi, a cose fatte: oggi che, come non mai prima, sento sempre più affrettarsi il progressivo “inquinamento” del nostro vecchio idioma, riflesso così lucido e fedele dei caratteri del popolo che lo ha figliato”. E curioso è anche il rapporto che il Bellugi aveva con il padre, che vedeva nel dialetto un “rito aborigeno”. “Il mio babbo, senese di Montepulciano, nulla poté contro il diuturno consumarsi di quel fiero rito aborigeno, contro quell'orgia di scì, di cuscì, di nisciun, che gli toglieva il respiro: s'accontentò di chiudersi nella sua poliziana torre armoniosa, resistendovi quarant'anni senza che un solo fiato nostro riuscisse mai ad appannare per un attimo il puro cristallo dei suoi accenti”.

“Ecco forse perché, uscito da quella gagliarda scuola familiare – conclude Bellugi - ho potuto muovermi con sufficiente padronanza fra le asperità e le incertezze del nostro idioma; ed ecco come mi accadde d'avvertirne con una certa sicurezza le “contaminazioni” anche se avvenute da tempo e ormai indiscernibili ai più”.

L'EX SINDACO PD

Per Bellugi era inscindibile il dialetto autentico massese da quello ormai contaminato dalla lingua italiana. Inquinare, contaminare, purezza. Termini che si sovrappongo a quelli utilizzati fra le pagine del giornale di cui era responsabile, e che avevano il compito di promuovere una certa cultura fascista a chi lo leggeva. Una cultura dalla quale Bellugi non si è mai dissociato. La premessa è ingombrante. E di premesse parla anche l'ex sindaco di Massa Alessandro Volpi, predecessore di Francesco Persiani e della sua giunta. «Mi viene ricordato che quando sono stato sindaco ho valorizzato le sue opere. Questo perché Bellugi è stato uno scrittore che ha avuto un suo rilievo in città. Ha avuto il merito di tradurre il dialetto, di dargli una dignità pari ad una lingua d’arte. E questo era il senso della valutazione letteraria che gli è stata riconosciuta durante la mia amministrazione. Ciò però è avvenuto sempre con la ferma e puntuale precisazione che non aveva nulla a che vedere con l’indirizzo politico di Bellugi, che è stato podestà quando in Italia non esistevano più le forme di democrazia, non esisteva la possibilità di esprimersi liberamente. Nell’attuale vicenda si tende un po' a confondere i due piani. A veicolare attraverso il Bellugi letterato una sorta di celebrazione di quel periodo. Questo non è ammissibile. Ormai non stiamo discutendo più di letteratura ma la vicenda va messa in un contesto in cui si tende a recuperare alcuni elementi storici, quindi legati al fascismo. L'amministrazione precedente ha promosso la possibilità tramite un comitato scientifico di valutare la pubblicazione del materiale prodotto. Questa elaborazione, invece, si inserisce in un contesto in cui il clima dominante è di interpretare Bellugi come espressione di una fase positiva della storia italiana, diventa quindi pericoloso anche il monumento stesso. Le condizioni generali sono profondamente cambiate e il rischio reale è che venga strumentalmente usato, ed è normale che questo susciti delle resistenze in chi si riconosce nei valori democratici e dell’antifascismo. La storia ci insegna che i contesti sono fondamentali. E se l’inaugurazione di una stele avviene in un contesto in cui si sono già succeduti episodi che vanno in una determinata direzione è chiaro che il monumento non sia più solo un fatto artistico ma anche un fatto politico. Non si possono scindere i due piani in questo momento. Non mi sembra ci sia stato un tentativo di conciliazione per individuare una lettura comune e per affermare la verità. Se non si mettono con chiarezza dei paletti definitivi sul giudizio storico dell’azione politica e del fascismo, il rischio è che attraverso la letteratura passi anche il linguaggio della politica e quindi il rilancio di una certa nostalgia».

Antifascisti in piazza per protestare contro la stele al podestà poeta

Inscindibile il Bellugi-poeta dal Bellugi-fascista secondo le duemila persone che hanno sottoscritto la raccolta firme lanciata dall'Anpi. Da quando è stata pubblicata la delibera che annuncia il posizionamento del monolite si sono tenuti incontri, proteste, iniziative culturali per chiedere al primo cittadino e alla sua giunta di non concedere il patrocinio del Comune di Massa. L'associazione dei partigiani ha incontrato il sindaco; Oliviero Bigini, presidente della sezione locale, spiega l'esito di tale incontro: «ci è stato detto di dimenticare il passato e guardare al futuro». In piazza antifascisti e democratici sono scesi diverse volte, hanno passeggiato intorno a palazzo civico, hanno rinnovato la loro appartenenza ai valori della Resistenza definendo “ipocrita” l'iniziativa sostenuta dall'amministrazione. «Qui è in gioco la memoria materiale di un paese, e di una città. La memoria collettiva è una costruzione complessa che passa per una selezione e propone una sorta di canone. Erigere un monumento, come intitolare una strada, è invitare una comunità a riconoscere se stessa nell'opera di una persona», interviene lo scrittore Marco Rovelli.

L'INAUGURAZIONE DELLA STELE

Ma l'amministrazione va avanti, anche se la base su cui verrà appoggiato il monolite viene imbrattata di vernice rosa a pochi giorni dall'evento. Giovedì 21 marzo, equinozio di primavera, è il giorno dell'inaugurazione.«In sala consiliare in questo momento ci sono tanti ragazzi e ragazze che stanno recitando tante belle poesie», prende parola in occasione dell'evento il sindaco Francesco Persiani. Il parco è blindato da un considerevole dispiegamento di forze dell'ordine. I partecipanti non sono più di 50. A seguito delle proteste rumorose dei mesi precedenti le maestre degli alunni che erano stati invitati alla presentazione hanno fatto un passo indietro.

Per molti il dietro front è stato causato dalle «violenze verbali» del dibattito che si è aperto in città. «In sala consiliare ragazzi e ragazze ricordano quanto la poesia sia importante per la nostra crescita e formazione a tutte le età – continua il sindaco - Ci aiuta a maturare, in tarda età anche a riflettere su quello che è il senso e il percorso della nostra vita». E aggiunge: «Oggi abbiamo la dimostrazione che qua si vuole semplicemente ricordare una poesia, che fa parte della tradizione culturale massese. Stiamo ripercorrendo le fondamenta della nostra cultura».

L'inaugurazione del contestato monumento al podestà poeta Bellugi

Che Bellugi fu podestà, dice, «è un accessorio. Noi vogliamo concentrarci sui valori che vengono portati all'interno delle parole, bellissime, di questa poesia, che è Primavera de Massa». Il monolite è stato deposto. È incatenato al suo sostegno, forse per impedire che alle parole del presidente dell'Anpi venga attribuito un significato: «quando sarà il momento lo butteremo nel fiume Frigido», ha detto. Un consigliere comunale, Stefano Alberti del Pd, ha sputato sopra l'opera al termine della cerimonia, di fronte alle forze dell'ordine: «Lo sputo lo dedico ad un mio familiare – rivendica -una donna a cui fecero bere una bottiglia di olio di ricino semplicemente perché aveva difeso strenuamente il padre dalle bastonature. Lei mi raccontò che molti anni dopo la guerra si ritrovò davanti uno dei suoi aguzzini e gli sputò in faccia. Questi balbettando ma riconoscendola disse: "ma come dopo tanti anni mi fai questo". E lei: "è il meno che potessi farti per l'umiliazione che mi hai fatto subire e il ricordo che mi avete lasciato". Questa donna era mia nonna».

E le proteste non si fermano qua, perché c'è chi richiede all'amministrazione di rendere note le spese del servizio di sicurezza messo in atto dalle forze dell'ordine per permettere la l'inaugurazione. Che comunque si è tenuta senza che si verificasse alcun tipo di disordine. I contrari hanno ignorato l'evento. Di loro ad assistere c'era solo Giancarlo Bertuccelli, il giornalista che da vent'anni difende il valore della memoria della provincia. Oggi di anni ne più di 70. E da lontano, in solitaria, con il suo giacchetto rosso, alla vista del fotografo ha mostrato il pugno chiuso.

Giancarlo Bertuccelli, contestatore solitario, il giorno dell'inaugurazione