Si ammala per l’amianto, riconosciuto danno a metà La Cassazione annulla

Risarcito soltanto per il 50% con il motivo che aver lavorato altrove fosse una concausa Altri 12 chiedono il danno morale , ma il ricorso viene respinto



La Cassazione respinge un altro ricorso di ex lavoratori del Nuovo Pignone per ottenere un risarcimento da danno morale per avere a lungo lavorato in un ambiente inquinato e pericoloso. I ricorrenti, assistiti dall’avvocata Nicoletta Cervia erano 13; per uno di loro però, in merito a un’altra questione, il ricorso è stato invece accolto. Si tratta di Rino Lori Aladino, che aveva fatto ricorso perché aveva ricevuto un risarcimento per danno biologico, dunque per una malattia causata dall’esposizione all’amianto a lavoro, per la quale i giudici d’appello di Genova aveva ritenuto il Nuovo Pignone responsabile soltanto al 50%. La restante parte del danno andava riportata, sempre secondo i giudici liguri, a precedenti situazioni lavorative. La Cassazione ha respinto questa interpretazione. Nel frattempo, lo scorso dicembre, all’età di 90 anni, Aladino è morto a causa del mesotelioma.


Nel respingere il ricorso dei 13 per il danno morale il consigliere estensore Daniela Calafiore spiega che in questo, come nelle recenti sentenze di altri ex operai del Pignone, ci si rifà alla sentenza del 17 novembre 2017. Si tratta di uno dei primi processi messi in piedi con una richiesta di danno morale da parte dei lavoratori. Il giudice del lavoro di Massa aveva stabilito in primo grado che la richiesta fosse legittima, stabilendo un risarcimento di 16mila euro a lavoratore. La decisione fu impugnata dall’azienda e la Corte d’Appello di Genova diede ragione al Nuovo Pignone. Niente pagamenti. E appunto il 17 novembre del 2017 la Cassazione stabilì la legittimità della decisione del tribunale genovese. Aggiungendo anche che il risarcimento del danno esistenziale è “diverso rispetto a quello morale liquidato mediante la personalizzazione del risarcimento del danno biologico”. Per chi invece il danno biologico non se l’è visto riconoscere, la situazione è diversa.

«Sezioni diverse della Cassazione, non quella che si occupa di lavoro – dichiara l’avvocata Cervia – in particolare la terza, continua a riconoscere questo tipo di danno morale che noi chiediamo. La situazione è la medesima: se io chiedo anziché al Comune o al medico il risarcimento al datore di lavoro, si base sempre sul riconoscimento del danno biologico, morale ed esistenziale».

Quello che chiedeva la difesa degli operai era che si procedesse attraverso le presunzioni, cioè partendo da quelli che sono ritenuti i fatti – l’ambiente di lavoro, i tanti ammalati, le mancate prescrizioni di sicurezza – si arrivi a il fatto ignorato, cioè la modifica delle abitudini di vita degli operai, la loro paura nel lavorare e condurre la vita. D’accordo con la corte d’Appello, la Cassazione ha ritenuto che nel caso in questione non fossero stati presentati elementi obiettivi, sufficienti a risalire alla sofferenza e al cambiamento delle abitudini di vita. Stavolta non viene però stabilito

Per Aladino è in corso un procedimento in sede civile per il mesotelioma. L’uomo infatti era già malato quando fece ricorso, a dicembre il decesso. Per la Cassazione non è possibile scindere, nel suo caso, «le responsabilità dei singoli concorrenti nella determinazione dell’unico evento dannoso». Si rinvia alla corte d’Appello di Genova. —