Ciccio Tavano, un bomber operaio nella terra dell'anarchia

I quarant'anni, i gol, la pizza e De Gregori: dal Valencia alla Carrarese, Francesco Tavano racconta come ha iniziato la sua carriera da calciatore, le difficoltà e le tante soddisfazioni raccolte

Una bella canzone di Francesco De Gregori. Una pizza margherita con la mozzarella di bufala campana e un’ esultanza dopo il gol così particolare da diventare un tatuaggio impresso nella pelle. Musica, cibo e colori: la storia di Francesco Ciccio Tavano, attaccante di razza, 40 anni compiuti lo scorso marzo, si può scrivere partendo da qui. Dai versi di un brano “La leva calcistica del ’68” che, scritti in stampatello  in uno striscione hanno conquistato il cuore del bomber della Carrarese. Dal gusto pieno della pizza, unico peccato di gola di un calciatore che a 40 anni “serve ancora un giro di paste” ai colleghi ventenni. E infine, la storia di Tavano si può scrivere anche leggendo il suo corpo. È  quella che ha impresso nella sua pelle, con quel tatuaggio sul fianco che ritrae la sua esultanza così particolare: mano sulla testa e linguaccia per la gioia della curva azzurra.

L'esultanza

Mano sulla testa e linguaccia. Un gesto che nasce nell’estate del  2008 . «Era la mia seconda stagione a Livorno dopo l'esperienza spagnola col Valencia , il ritorno a Roma ed il primo campionato in amaranto in A dove poi retrocedemmo. Era estate del 2008. Una sera io e Francesco Volpe (attaccante del Livorno) eravamo andati a cena fuori e avevamo bevuto qualche bicchiere di troppo. Io ad un certo punto, verso il dolce, gli ho fatto questo gesto per mimargli che ero un po’ brillo. Lui subito mi fa… "Bene, allora se segni domenica devi esultare così". Era la prima giornata di campionato, 30 agosto 2008 al Partenio contro l'Avellino feci tripletta. E via con l’esultanza, che, avendomi portato bene ho continuato e continuo ancora oggi a farla».

Lo striscione

«Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore. Un giocatore si vede dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia». Francesco De Gregori su un penalty sbagliato ci ha scritto una delle sue più belle canzoni. I tifosi della Carrarese l’hanno messa nera su bianco su uno striscione aggiungendo una frase scolpita, nero su bianco in stampatello: «Solo chi ha il coraggio può sbagliare, forza Ciccio, forza ragazzi». Questo lo striscione che Francesco Tavano ha trovato ad accoglierlo un lunedì di metà ottobre dello scorso anno alla ripresa degli allenamenti. La domenica a Gorgonzola dal dischetto aveva fallito il calcio di rigore che avrebbe potuto suggellare la vittoria della Carrarese con la Giana Erminia. La partita finì 2 a 2 ma per Tavano quello sbaglio è stato l’inizio di un rapporto, giusto e profondo, con i tifosi della Carrarese. «Mi sono emozionato - racconta Tavano, e gli occhi ancora gli brillano - Da quel preciso momento ho capito che con Carrara e con la tifoseria avrei avuto un rapporto speciale, che va oltre il calcio. Io per quello striscione gli ultras li ringrazio ancora e li ringrazierò sempre».

Viaggio nella Carrarese di Ciccio Tavano

L'esordio

Dalle giovanili del Nola ai palcoscenici più prestigiosi del calcio toscano e nazionale. Ma sempre con la mentalità operaia, quella di chi deve dimostrare sempre e ancora che, a quarant’anni compiuti, ne fa un calciatore sulla cresta dell’onda. Il primo pallone Ciccio Tavano lo ha toccato a cinque anni, in una palestra di San Prisco, in provincia di Caserta. Da allora non ha mai smesso di giocare. Sono più di trent’anni che Francesco Ciccio Tavano ha un relazione fissa con il mondo del calcio. E non ha intenzione di smettere. Anzi, con la Carrarese di Silvio Baldini sogna la promozione in serie B e un altro campionato da vivere da protagonista. «Il calcio come l’amore non ha età, sento di aver ancora molto da dire, proprio a Carrara»: questa è la massima del bomber operaio che, nella città del marmo e dell’anarchia si è messo in gioco e ha conquistato pubblico e podio di capocannoniere. Trentacinque anni dopo l’esordio in una palestra di San Prisco. «Avevo cinque anni e mi ci portò mio padre. Lui aveva sempre sognato di giocare a pallone, come il mio nonno di correre in bicicletta: per loro però c’era stato solo il lavoro, nei campi, a coltivare tabacco e vigne. Mio padre aveva sette fratelli, non c’era tempo per pensare al calcio. A cinque anni mi ha trasmesso la sua passione: ricordo quella palestra dove si giocava il calcio a cinque. Ho cominciato nel ruolo di difensore, poi ho fatto tutti i ruoli, sono passati tanti anni: adesso ho trovato quello che mi si è cucito addosso. In avanti, con gli occhi fissi alla porta».

Il percorso

Tanti anni nel calcio e tanti sacrifici. «Ci sono stati anche quelli, i sacrifici, ma ne è sempre valsa la pena. A sedici anni ho lasciato il mio paese, Caserta, e mi sono trasferito in Toscana. Ho fatto ammattire i miei genitori perché di studiare non ne ho mai avuto voglia: dopo la terza media mi sono iscritto a geometri, ho provato due anni, poi ho lasciato perdere avevo la testa da un’altra parte. In Toscana ho messo su famiglia, ho due figli, una femmina e un maschietto, e per mio figlio sogno, proprio come mio padre per me, un futuro nel calcio. A patto però che porti avanti anche gli studi, adesso i tempi sono cambiati e io ho imparato solo da grande che la scuola è importante». «Non ho mai avuto voglia di smettere. Ho avuto momenti belli e anche qualche periodo più difficile ma non ho mai pensato di smettere di giocare. Non ho mai pensato al mio futuro senza calcio».

Tavano, un campione operaio che mangia alla mensa

Il momento della crisi

«Nel 2006 avevo la possibilità di giocare con la maglia azzurra della Nazionale, l’anno di Marcello  Lippi e della vittoria dei Mondiali. Mi sono infortunato durante una partita ed è sfumato tutto. È stato un momento duro, ma sono riuscito a superarlo, come molti altri». «I ragazzi lo devono sapere, giocare a calcio è bellissimo ma richiede tanti sacrifici, non si stacca mai. A me quello che pesa di più è senza alcun dubbio vedere poco la mia famiglia, stare fuori casa. Non ci sono sabati, non ci sono quasi mai domeniche. Ma, quando sei in campo, davanti ai tifosi, quando ti trovi davanti alla porta, non pensi più a nulla. Anzi, pensi che ne valga la pena, sempre. Anche dopo più di trent’anni. Io al futuro proprio non ci penso, e soprattutto non penso a una vita lontano dal calcio. Credo che sia questo che mi fa andare avanti con lo stesso entusiasmo, che mi fa lavorare sodo per essere protagonista».

Tutte le maglie di Tavano

I 40 anni

Lo hanno festeggiato i tifosi della Carrarese, con un striscione e un simpatico coro: «Ciccio Tavano paga da bere». E, naturalmente, è stato anche in compleanno formato spogliatoio con i compagni di squadra e un regalo speciale: un ciondolo in oro bianco con un 40 un brillanti neri. Un compleanno che, comunque, a Francesco Tavano non ha cambiato la vita. «Non so perché interessi così tanto la mia età. In fondo per me da quando ho compiuto 40 anni non è cambiato nulla, sono sempre lo stesso. E spero di continuare questa annata davvero importante. L’età è un numero, e per il momento gli anni non mi pesano. Sto vivendo una grande stagione con la Carrarese e mi sento di andare avanti anche un altro anno: sto bene, non sento stanchezza e mi alleno sempre con la stessa energia. Io non so perché sono tutti fissati con la mia età: per me è soltanto un numero. Nel calcio come nell’amore l’età non conta».

Il futuro

Un nuovo tatuaggio. E un altro anno in attacco. Questi gli impegni per il futuro prossimo di Ciccio Tavano, entrambi legati alla promozione in serie B della Carrarese. «È un obiettivo importante, un sogno che seguiamo noi della squadra insieme alla città. Carrara si merita una piazza come la serie B, se lo merita il mister e soprattutto lo meritano i tifosi. Lo striscione sul rigore sbagliato lo porto nel cuore, a questi ragazzi devo molto». E, nel corpo scolpito dai colori dei tatoo Ciccio Tavano sogno di scrivere un’altra tappa importante della sua vita. Che comincia con la lettera B.