Architetto trovato morto, caso risolto: è suicidio. Denunciati i soccorritori

Hanno chiamato il 118 ma anche preso i soldi e la pistola e girato il cadavere. Sono due senza dimora di 19 anni, hanno chiesto scusa per le loro azioni

Architetto trovato morto, caso risolto: è suicidio

LA SPEZIA. «Se i due ragazzi non fossero intervenuti sulla scena, spostando il cadavere e toccando oggetti, il caso non ci sarebbe stato. Avremmo risolto tutto in poco tempo». Questo il momento in cui il treno delle indagini sul suicidio dell’architetto Stefano Di Negro a Sarzana ha imboccato il binario sbagliato, a indicarlo in conferenza stampa ieri a La Spezia il capo di gabinetto Fancesco Bertoneri .



Dunque indagini, e scena, inquinati dai due soccorritori, entrambi di 19 anni, sono i primi a trovare il corpo dell’architetto riverso in quella curva. Sdraiato a terra, la pistola in mano, «verosimilmente morto sul corpo», dicono i poliziotti. E sono i ragazzi stessi a chiamare i soccorsi, con una telefonata al 118. Peccato che nel frattempo si lascino andare al basso istinto dello sciacallaggio, compromettendo le indagini della polizia. I due adesso sono accusati di furto aggravato, furto di denaro, furto dell’arma da fuoco, simulazione di reato, porto abusivo di armi.

I soccorritori del 118 arrivano sul posto sabato sera, ma non possono sapere che quella che trovano è una scena del crimine alterata. Il corpo è stato girato, è supino, il marsupio che giace poco vicino è stato aperto e alleggerito di un centinaio di euro in contanti. E soprattutto è sparita l’arma del suicidio dalla mano di Di Negro. È a qualche decina di metri, nascosta tra le canne canne. Ha dormito per anni in casa del padre di Stefano e si è risvegliata per un solo, tremendo colpo. E adesso torna al suo sonno tra le erbacce, ancora calda. È l’unica cosa che avrebbe potuto spiegare tutto.


La sua mancanza depista chi indaga. «Quella notte è piovuto dopo mesi di siccità, sembrava quasi che le nuvole aspettassero noi. Fare i rilievi è stato difficile», spiega il capo della mobile spezzina Girolamo Ascione. Arriva la medico legale Susanna Gamba e per più di un’ora fa le analisi sul corpo. Di Negro si è sparato in bocca, certo, ma ha una strana ferita sulla testa, che ha intaccato il cuoio capelluto. Come se lo avessero colpito dall’esterno. «Chiaro chela dottoressa ha controllato in bocca, ma l’assenza dell’arma e il tipo di ferita alla testa non hanno permesso di capire subito di cosa si trattava. La bocca era piena di sangue e la ferita era piuttosto strana, compatibile con un colpo inferto da fuori, da un martello o un bastone», aggiunge Ascione.

Il gesto dei due ragazzi è incredibile. Sciagurato. Hanno entrambi lasciato gli studi, vivono da senza dimora da tempo in rifugi improvvisati. «Si sono messi in qualcosa di più grosso di loro e nelle ore successive al ritrovamento del corpo hanno prima cercato di darci una versione, che non ci ha convinto. Poi, dopo le nostre pressioni, hanno confessato di aver portato via la pistola», spiega Fabio Scalisi, dirigente della polizia di Sarzana. La prima ricostruzione dei ragazzi è un tentativo di allontanare da sé i sospetti di aver preso l’arma, concedendo però di aver pasticciato sul luogo del suicidio. «Domenica mattina –spiega Ascione – ci hanno detto di aver preso i soldi. Convincendoci poco. Speravano probabilmente che rimanessimo soddisfatti così. Già durante la confessione non eravamo molto convinti della loro versione, poi il ritrovamento del proiettile durante l’autopsia ci ha convinti di essere sulla strada giusta».

I ragazzi crollano dopo poco. Confessano di aver prima nascosto l’arma per poi riprenderla nella notte. E nasconderla nuovamente nella boscaglia, più lontano dal primo nascondiglio. Dove hanno condotto gli inquirenti per recuperarla.

I due sono difesi dall’avvocato Giuseppe di Palo del foro di La Spezia. «Durante l’interrogatorio si sono scusati, non si rendevano conto di fare una cosa così grossa. Il loro intento, hanno detto, era soltanto quello di salvare Di Negro ma che poi sono stati sopraffatti dagli eventi e hanno agito in maniera sconsiderata. Sono due ragazzi giovani che meritano un’altra possibilità». I due hanno dunque riconosciuto il loro errore, ora il legale aspetta la chiusura delle indagini preliminari e chiederà un patteggiamento.

«La scomparsa dell’arma era stata segnalata dal padre di Di negro nel pomeriggio di domenica, dopo l’autopsia», dice Ascione. Di Negro, va ricordato, era andato a casa dei suoi genitori mezz’ora prima di spararsi, dicendo di voler trovare delle stampe antiche. Una scusa, si capisce adesso, per cercare l’arma che sapeva essere a casa dei suoi. «Un’arma regolarmente detenuta», puntualizzano dalla questura.

A questo si aggiungono i resoconti di chi a De Negro è stato vicino. Avvertendo come il mostro silente della depressione lo stesse divorando dall’interno. In lacrime la moglie Prisca Gianfranchi lo aveva detto agli inquirenti: «Vi dico che si è sparato, soffriva di depressione. In questo periodo soprattutto stava malissimo, era bravo a mascherarlo ma soffriva». «Indicazioni in questo senso ci sono poi arrivate anche dagli altri congiunti», specifica Ascione.

Le analisi della scientifica continuano. «Da Roma stanno facendo gli esami sulle tracce di polvere da sparo rimaste sulle mani e anche la perizia balistica per accertare con sicurezza che il colpo esploso sia compatibile con l’arma del padre». Un revolver calibro 38 special. Il cerchio è chiuso però, sono solo dettagli. È tempo che ritorni la calma su questa triste vicenda.