Don Euro, richieste di soldi durante la confessione

Don Luca Morini aveva le microspie nella tonaca e in chiesa. Come penitenza, invece delle preghiere, centinaia di euro

CARRARA. Non erano Ave Maria. E nemmeno Padre Nostro. Con don Luca Morini, per essere assolti servivano dei gran soldi. Denaro contante che il parroco 56enne finito al centro dell’indagine della Procura, chiedeva per la remissione dei peccati. Durante quello che, per tutti i cattolici, è uno dei sacramenti più introspettivi e delicati, quello della confessione.

Le richieste di don Morini sono finite, insieme a centinaia di intercettazioni, nei faldoni della Procura, in quelle 5.900 pagine che costituiscono il corpo centrale di un’indagine che ha coinvolto anche il vescovo Giovanni Santucci - sotto accusa per estorsione e frode - e l’ex sacerdote Emiliano Colombi, che deve difendersi dall’ipotesi accusatoria di ricettazione.


Le cimici nella tonaca e le richieste di soldi in confessione. Il parroco di Avenza (prima), di Fossone e di Caniparola (poi), era da tempo “monitorato”: aveva le cimici anche nella tonaca, anche dentro la chiesa e in canonica. Luoghi sacri, di culto, che ormai lui da tempo utilizzava come bancomat.

«Ho due persone in difficoltà, mi servirebbero 400 euro»: è questa una delle frasi incriminate che don Luca avrebbe pronunciato al termine di una confessione, al parrocchiano che, incredulo, si è sentito dare un prezzo all’assoluzione.

Sono questi i particolari che emergono dalla vicenda che vede il sacerdote originario di Vecchiano sotto accusa per estorsione, truffa, appropriazione indebita, impiego di denaro di provenienza illecita, sostituzione di persona e acquisto e cessione di sostanze stupefacenti.

Don Luca era da tempo sotto la lente della Procura: due anni fa, ai tempi dello scandalo dei festini a luci rosse (e a pagamento) con gli escort gay, i parrocchiani avevano cominciato a parlare. Qualcuno lo aveva già fatto prima. Sono cominciati i racconti sulle richieste pressanti di denaro da quel parroco che bussava, soprattutto, alle porte dei potenti ma che non si tirava indietro neppure quando si trattava di chiedere soldi durante il sacramento della confessione.

C’erano le famiglie in difficoltà. C’era la canonica da sistemare e così don Morini aveva coniato a modo suo il classico «Non fiori ma opere di bene», in un, pratico, «Non preghiere ma soldi in contanti». I penitenti rimanevano colpiti dalle richieste in denaro ma, qualcuno, quei soldi ha finito per darglieli. Si tratta di posizioni che sono tutte contenute nei faldoni dell’indagine condotta dal sostituto procuratore Alessandra Conforti. Tanti parrocchiani che sono già stati sentiti in qualità di testimoni della complessa vicenda che riguarda don Morini e che ha provocato un vero e proprio terremoto nella curia di Massa Carrara.

Le richieste pressanti di denaro di quello che per tutti ormai è don Euro non erano quindi circoscritte ai periodi delle festività e ai grandi imprenditori, di Carrara e della Versilia.

No, don Morini era andato oltre e raggranellava il denaro cash anche direttamente in chiesa. Anche dai parrocchiani che confessavano a lui i suoi peccati.