Una piazzola per vendersi costa 200 euro a settimana

Le prostitute di Marina vengono soprattutto dall’est: rumene, bulgare e albanesi I residenti chiedono più pattuglie, ma è difficile cacciare chi prova a sopravvivere

MASSA. Stanziali, riconoscibili, giovani e detestate da tutti. Tranne forse da chi cerca sesso facile e a pagamento. E magari a rapporto finito scarica la frustrazione su quel corpo che ha comprato e pensa di poter battere come fosse suo. No, le lucciole alla fine non le ama nessuno.

Non le sopportano i residenti, sono una grana per la polizia. «Degrado», tuonano abitanti. «Strade invivibili, un’offesa al decoro», fanno eco le associazioni dei residenti. Nel tratto che va dal pontile a Montignoso sono una presenza notturna costante. Escono sul calar della sera, rientrano a notte alta. Riconoscibili si diceva, perché chi è pratico della zona può facilmente accorgersi come le facce e l’area presidiata non cambino quasi mai. «Le ragazze sono sempre nei soliti posti – spiega Roberto Gerali, responsabile servizio antitratta della Comunità Papa Giovanni XXIII – perché quelle piazzole le pagano. Semplice. 200, 250 euro settimanali che devono dare a chi concede loro di stare lì».

Eppure negli ambienti di polizia in questo momento non c’è la percezione di un organizzazione sistematica per lo sfruttamento. Più che altro una libera cooperativa, si dica così, con situazioni differenti: casi singoli di sfruttamento, prostitute più anziane che controllano parte del territorio, libere professioniste. Con le operazioni degli ultimi anni, si ricordi il giro di minorenni adescate in Romania e sfruttate sul litorale di Marina scoperto nel 2011,si è ridotto il fenomeno.

Non è d’accordo però Gerali. «Noi abbiamo contatti con le ragazze, le abbiamo avvicinate vincendo piano piano la loro diffidenza. Se stanno qui è perché sono costrette, ce lo raccontano loro. Non possiamo dire che sono libere, non è questo il caso. Certo, ci possono essere dei casi di chi decide autonomamente di prostituirsi, ma sono l’eccezione e non la regola. Le misure attuate non funziona, vanno puniti i clienti».

La Comunità Giovanni XXIII è all’interno della rete Satis, sistema antitratta toscano che ha ottenuto un finanziamento dal dipartimento delle pari opportunità. «Con il nostro servizio cerchiamo di portarle via dalla strada, mettendo a disposizione delle case famiglia e percorsi per uscire da quello che hanno vissuto. Non è facile. Molte vengono picchiate, derubate, trattate con disprezzo assoluto. C’è chi nelle nostre case si ferma qualche mese, ma c’è chi resta con noi. I danni psicologici possono essere tremendi. Sono donne che in una notte arrivano ad avere 30 rapporti in una sera. E sono giovanissime».

Ragazze dell’est. Aspettando sulla strada hanno i visi illuminati dai cellulari. Giochini ammazza tempo. Forse è l’unico cambiamento visibile a occhio nudo in un mestiere che negli anni ha mantenuto il suo bagaglio estetico. A Marina sono una decina, poche più. Rumene, bulgare, albanesi. Africane assenti. Più qualche trans brasiliana, appartate nelle vie interne.

Per chi ci vive è un problema di sicurezza. Rachele Pucci, di “Noi cittadini di Marina di Massa”, spiega che da poco c’è stata una riunione sul problema. «Si è parlato anche di prostitute, noi speriamo in un pattugliamento più costante. L’assessore Giovanni Rutili, presente alla riunione, ha detto che stanno pensando a un comando dei vigili, anche in funzione deterrente». Tra chi vuole abolire, chi reprimere, per ora pare difficile dare una risposta strutturale a un problema che primo di tutto riguarda le donne e i loro corpi.