Da Camilleri a Maggiani: «Via i privati dalle cave»

L'appello del mondo della cultura chiede che i beni estimati siano valutati come proprietà collettiva. La Consulta si pronuncerà sul contenzioso aperto dal Governo contro la Regione

FIRENZE. «No ad ogni tentativo di privatizzazione delle cave. Vogliamo un altro modello di sviluppo per le Apuane». Il messaggio è diretto. L'appello alla Corte Costituzionale più chiaro di così non potrebbe essere. Ci sono dentro costituzionalisti, personalità della cultura e dello spettacolo, urbanisti, giornalisti. Tutti assieme in una vasta alleanza che riunisce associazioni culturali e ambientaliste, organizzazioni e movimenti politici del territorio. Si leggono firme pesanti come macigni nel documento-appello, ci sono nomi di caratura nazionale e internazionale.

Scorrendo la lista dei sottoscrittori si notano: l'ex-vice presidente della Consulta Paolo Maddalena, il direttore della Scuola Superiore Normale di Pisa Salvatore Settis, gli scrittori Maurizio Maggiani e Andrea Camilleri, lo storico dell'arte Tomaso Montanari, l'attore teatrale Moni Ovadia. Ed è lungo l'elenco anche delle associazioni e dei movimenti a sostegno dell'appello. Per citarne alcuni: Anpi Carrara, Club Alpino Toscana, Archivi della Resistenza – Circolo Edoardo Bassignani, Arci Massa-Carrara, Fondazione Caponnetto – Referente Massa Carrara (Milene Mucci), Legambiente Carrara. E tra i partiti: Movimento 5 Stelle Carrara, Partito della Rifondazione Comunista, Verdi Carrara.

VIDEO Maddalena: "Le cave private non esistono"

Paolo Maddalena: "Le cave private non esistono"

Il documento appello chiede alla Corte Costituzionale di riconoscere i cosiddetti beni estimati della cave di marmo come proprietà collettiva. La sentenza della Consulta è attesa entro la fine del mese. Si dovrà pronunciare sul contenzioso aperto dal governo sulla legge regionale del 2015. Con un obiettivo: riportare a Roma il diritto di competenza sulle cave delle Apuane. E la norma regionale, che mette a gara europea le concessioni e abroga i cosiddetti beni estimati “pubblicizzando” tutte le cave, di fatto finirebbe in un angolo. Ma il vasto panorama di personalità e movimenti ambientalisti e paesaggistici si è messo di traverso. «E' ora di dire basta allo sfruttamento, al saccheggio e la mercificazione del marmo di Carrara. E' a vantaggio di pochi e a danno di tutti», dice Ildo Fusani, ex assessore al marmo del Comune di Carrara e oggi in Sinistra Anticapitalista. «I prezzi sociali e ambientali della deriva predatoria della monocoltura del marmo non sono accettabili – si legge del documento-appello - e, soprattutto, non sono sostenibili: distruzione del paesaggio, rischio idraulico, dissesto idrogeologico, distruzione della filiera produttiva, occupazione ridotta ai minimi termini, distruzione dell'identità culturale di intere comunità. Conseguenze feroci, che sono ormai sotto gli occhi di tutti. E l'ultima aggressione nei confronti di una seria politica per i beni comuni – continua il documento -, si sta concretizzando con la pretesa di alcune grandi imprese del marmo e del carbonato di calcio, di rivendicare la proprietà di una parte importante dei giacimenti marmiferi di Carrara, approfittando del contenzioso aperto presso la Corte Costituzionale dal Governo contro la nuova legge sulle cave della Regione Toscana».

Dito puntato sulle due principali imprese del marmo operanti sul territorio: Marmi Carrara, che commercia principalmente in blocchi di marmo e ha il capitale in mano alla famiglia Bin Laden e ad alcune famiglie carraresi, e Omnia, azienda con sede in Svizzera che produce polveri di marmo. Secondo i sottoscrittori dell'appello queste due imprese farebbero solo il loro interesse privato nello sfruttamento delle cave e avrebbero fatto saltare ogni equilibrio sociale e ambientale delle Apuane. Passando dai 5mila ettari sfruttati del 1700 ai 5 milioni di ettari di oggi. Insomma. L'appello di intellettuali e associazioni va dritto al punto. «Ci auguriamo che la sentenza della Consulta – dice Ildo Fusani – sia favorevole alla Regione Toscana e respinga il tentativo del governo di riprendersi le competenze». Sarebbe il primo passo verso la sconfitta del progetto di privatizzazione delle cave e la riapertura di un confronto a livello locale e regionale sul futuro della Apuane.