Marmettola nell'acquedotto, alla Corte dei conti un esposto per danno erariale

Lo presentano gli ambientalisti dopo la nostra inchiesta sui 300mila euro che servono ogni anno per depurare le acque inquinate che arrivano al depuratore del Cartaro a Massa

MASSA. È danno erariale spendere 350 mila euro all’anno per rendere potabili acque che, se non fossero stracolme di marmettola e metalli di ogni tipo, verrebbero potabilizzate con soli 50 mila euro? È la domanda che l’associazione ecologista Grig ha posto alla Corte dei conti con tanto di segnalazioni in merito all’inquinamento dei corsi d’acqua apuani dovuto all’attività estrattiva.

Tutto parte dall’inchiesta che il nostro giornale ha pubblicato il 3 febbraio scorso in merito ai costi aggiuntivi per la gestione del depuratore del Cartaro, impianto situato sotto le Casette, dove si trova il più importante bacino marmifero di Massa. Lì, ci arrivano acque bianche, intrise di marmettola e pure di metalli dal momento che, per estrarre il marmo, viene utilizzato il filo diamantato, che, per ogni 100 metri quadrati di taglio, disperde nell’ambiente 56 grammi di legante metallico. Il quale contiene a sua volta di tutto: cobalto, nichel, rame, stagno, ferro e wolframio, che si mescolano inevitabilmente alla marmettola, che finisce poi nei corsi d’acqua.

La stessa Arpat di Lucca ha effettuato analisi nel 2013 verificando che la torbidità delle acque che attraversano le cave è 1351 quando per la potabilità il valore dovrebbe essere inferiore a 1.

Tant’è che, per rendere potabili quelle acque servono molti più livelli di depurazione rispetto alle acque “normali”, quelle senza l’aggiunta di marmettola. Per la precisione, le fasi di depurazione in un impianto come quello del Cartaro, come ha spiegato Gaia al Tirreno in una nota, sono sette: captazione e raccolta acque, pre-clorazione con ipoclorito di sodio (ed è questo il primo livello di trattamento dell’acqua), dissabbiatura (seconda), chiariflocculazione con plocloruro di alluminio (terzo), filtrazione a sabbia (quarto livello con tanto di dieci filtri), filtrazione a carboni attivi (quinto livello con ben cinque filtri), e infine post-clorazione con ipoclorito di sodio.

I livelli di trattamento sono quindi sei, contro l’uno delle acque normali. E il costo totale della depurazione (come aveva documentato il Tirreno) è di 350 mila euro all’anno, 300mila euro in più rispetto alle acque normali.

Secondo l’amministrazione comunale i dati sono «esagerati», perché non terrebbero conto della manodopera e di altre spese.

Ma intanto il tutto è arrivato nella scrivania della Corte dei conti attraverso il Grig. «Crediamo - fa sapere Stefano Deliperi - che debbano esser affrontati una volta per tutte i danni ambientali e ai patrimoni pubblici causati da un’attività estrattiva che consegna grandi guadagni a pochi e scarica alla collettività costi sempre più pesanti. L’associazione ecologista Gruppo d’intervento giuridico onlus ha, in proposito, inoltrato diversi documentati esposti (20 agosto 2015, 20 gennaio 2016) indirizzati alla magistratura e alle amministrazioni pubbliche competenti relativamente al gravissimo inquinamento ai danni dei corsi d’acqua delle Apuane determinato dalla marmettola e dalla cattiva gestione delle cave, inquinamento conclamato ma finora - continua - scarsamente contrastato dalle amministrazioni pubbliche titolari delle competenze in materia, nonostante le richieste (27 agosto 2015, 30 settembre 2015) provenienti anche dal Ministero dell’Ambiente».

Ma non solo marmettola. La Corte dei conti si sta già occupando del caso cave anche per altri aspetti, come i canoni di concessione irrisori, la tassa marmi bassa, la mancata caducazione delle concessioni delle cave inattive, le vendite a importi ridotti. Tutte segnalazioni partite dalla responsabile dei Grig per le Apuane, Franca Leverotti, che potrebbero portare a una (o più) condanne per danno erariale.