Nero alle cave denunciati 30 imprenditori

Frode fiscale, ricettazione e maxi evasione Coinvolte diciannove aziende del marmo

CARRARA. Operazione "Black marble": marmo nero: due anni di indagini, intercettazioni ambientali, richieste di rogatorie in Svizzera. Un sistema di compra vendita del materiale passato al microscopio. E ora siamo all’atto finale e trema il mondo delle cave apuano: trenta imprendiotri denunciati, diciannove aziende nei guai.

Black marble: 30 denunciati. Nel mirino è finito il sistema di sottofatturazione la cui punta dell’iceberg era già emersa un paio di anni fa quando ha preso le mosse, con i primi nomi iscritti nel registro degli indagati, la maxi inchiesta sul nero alle cave. Un’inchiesta che ha richiesto moltissimo lavoro visto che ad essere passato al setaccio è stato l’intero comparto lapideo, dalle cave al piano.

La Procura ora tira le fila: denunciate 30 persone per i reati di frode fiscale, falso, attività abusiva di prestazione di servizi di pagamento, ricettazione e riciclaggio. Constatata maxi evasione di imposte dirette, IVA e violazioni alla normativa antiriciclaggio. Un'articolata e complessa indagine di polizia giudiziaria svolta dai finanzieri del Comando Provinciale di Massa Carrara, coordinata dal Procuratore della Repubblica dottor Aldo Giubilaro e diretta dal sostituto procuratore Rossella Soffio, ha permesso di scardinare un poderoso e collaudato "sistema" di evasione fiscale, perpetrato da imprenditori operanti nel distretto del marmo nonché da altri soggetti, diversi dei quali di nazionalità estera.

Diciannove aziende coinvolte. Le persone coinvolte sono trenta, mentre le società del settore dell'estrazione e della commercializzazione di marmo coinvolte sono ben diciannove, e la maggior parte hanno sede in Carrara.

Insomma un vero e proprio terremoto destinato quello annunciato a colpire al cuore il settore del lapideo apuano e a mettere a nudo il sistema di sottofatturazione ma anche la presunta evasione milionaria del mondo del marmo.

Due anni di lavoro. Le indagini, durate quasi un biennio, hanno portato alla luce un collaudato sistema di evasione fiscale mediante il quale, per anni e senza soluzione di continuità, alcuni imprenditori nazionali, in accordo e con la fattiva collaborazione di un broker e di acquirenti stranieri, hanno sottofatturato, per milioni di euro, cessioni all'esportazione di materiale lapideo.

Tutti i particolari saranno approfonditi oggi alle ore 12, presso il locali della Procura della Repubblica di Massa. Il Procuratore Aldo Giubilaro, insieme al sostituto procuratore Rossella Soffio ed ai militari della Guardia di Finanza, terrà una conferenza stampa nel corso della quale verranno illustrati i dettagli dell'operazione.

Il sistema di sottofatturazione passato al setaccio. Una sistematica sottofatturazione del materiale lapideo: è questo il cuore dalla maxi-inchiesta sul nero alle cave e al piano. L’indagine ha preso le mosse tre anni fa quando i finanzieri hanno trovato all'esterno di una primaria azienda carrarese di marmo pregiato, un operatore del Nord-Est con 39mila euro in contanti, soldi che sembra fossero l'extra per il pagamento di un blocco.

Un sistema, quello dei "soldi in bocca" e della sottofatturazione, di cui si parla da anni, e che sembra particolarmente attivo per i blocchi destinati a India e Cina, dove la presenza di dazi doganali piuttosto elevati "spinge" ad un incontro fra offerta e richiesta che diventa vantaggiosa fra i contraenti e penalizza l'erario: sia quello indiano o cinese, che non vede arrivare il dazio sui prezzi reali dei blocchi ma solo sulla metà o meno; sia quello italiano, che ovviamente ci perde Iva, e a cascata, Irpef e quant'altro.

Fatture ribassate del 75%. Ricostruendo i movimenti di altri personaggi che gravitavano nell’orbita delle aziende sospettate di “sotto fatturare” la compravendita dei blocchi, i finazieri sono riusciti a mettere le mani su altro denaro contante, decine di migliaia di dollari ed euro che secondo gli investigatori erano destinati al pagamento in nero del materiale lapideo da trasportare in Cina e India senza neppure farlo lavorare nelle segherie della zona. Fatture ribassate fino al 75% del valore effettivo della partita di marmo.

L’indagine ha preso le mosse tre anni fa ed è andata avanti per anni, con mesi e mesi di intercettazioni ambientali.

I primi nomi iscritti al registro degli indagati furono quelli dell’ imprenditore Nicola Fontanili, i fratelli Eugenio, Maria Pia e Giuliano Venezia e l’azienda Venezia Borkers il tassista Gianni Simonellie il figlio, l'indiano Kapur Munisch a cui si aggiunsero quelli di Carlo Vanelli e Manrico Gemignani, delle aziende Gemignani e Vanelli e Sagevani.

L’indagine. Nel novembre di tre anni fu ci fu anche una maxi tornata di perquisizione nelle aziende del marmo: a essere visitate dalle Fiamme Gialle furono a Gemeg della famiglia Soldati, Giorgi Marmi di Roberto Giorgi, Igf, Franchi Umberto Marmi di Bernarda e Alberto Franchi, G.R. Marmi di Giuseppe Peselli, Gmc graniti colorati di Luciano Grassi, Carrara srl di Alessandro Franzoni, D.I Mar di Andrea Ratti, Donati Marmi di Carlo Donati, Fibra Srl.

Dopo le perquisizioni arrivò la richiesta di rogatoria per i conti in svizzera di 59 imprenditori che erano finiti nelle maglie strette delle indagini. Insomma dalla punta dell’iceberg si è arrivati a una vera e propria fotografia del mondo delle cave. Il lavoro, blindato, di Procura e Guardia di Finanza è andato avanti per mesi e mesi. Oggi saranno spiegati i dettagli della operazione “Black marble”. Marmo nero. A Carrara “marmo in nero”.

©RIPRODUZIONE RISERVATA