Marmettola nel Frigido, rendere potabili le acque costa 300.000 euro in più all'anno

Gaia presenta il conto per il depuratore del Cartaro situato sotto le Casette, dove si trova il più importante bacino marmifero di Massa.

MASSA. Trecentomila euro all’anno. È quanto costa (ci costa) la depurazione delle acque provenienti dalle cave. Queste, infatti, arrivano all’acquedotto torbidissime e intrise di metalli, dopo aver attraversato decine di miniere di marmo, e, per diventare potabili, necessitano cinque livelli di depurazione, contro l’uno delle acque “normali”. A renderlo noto (sotto richiesta de Il Tirreno) è Gaia che gestisce il più grande impianto di depurazione di Massa, quello del Cartaro, dove ogni arrivano circa 7 milioni di metri cubi di acqua e 400 tonnellate di marmettola (dati della società speleologica italiana).

L’impianto del Cartaro tratta le acque che arrivano dalle omonime sorgenti poste lungo il torrente Rocchetta in località Casette, dove è situato il più importante bacino marmifero di Massa. Le acque arrivano all’impianto intrise di marmettola e pure di metalli dal momento che, per estrarre il marmo, viene utilizzato il filo diamantato, che, per ogni 100 metri quadrati di taglio, disperde nell’ambiente 56 grammi di legante metallico. Il quale contiene a sua volta cobalto, nichel, rame, stagno, ferro e wolframio, che si mescolano inevitabilmente alla marmettola, che finisce poi nei corsi d’acqua. E carta canta: le analisi effettuate da Asl Lucca nell’ottobre del 2013 rivelavano che la torbidità di quelle acque è 1351 quando per la potabilità il valore dovrebbe essere inferiore a 1. E da allora nulla è cambiato, se non per peggiorare.

Per questo, come conferma adesso anche Gaia, l’impianto è costituito da sette fasi di depurazione, ossia (per gli addetti ai lavori): captazione e raccolta acque, pre-clorazione con ipoclorito di sodio, dissabbiatura, chiariflocculazione con plocloruro di alluminio, filtrazione a sabbia (con 10 filtri), filtrazione a carboni attivi (5 filtri), post-clorazione con ipoclorito di sodio.

Un complesso sistema di depurazione, specifico proprio per queste acque, i cui costi di gestione lievitano inevitabilmente rispetto agli altri impianti di depurazione. E non stiamo parlando certo di spiccioli. «I costi di gestione dell’impianto di potabilizzazione Cartaro sono quantificabili nell’ordine di 350.000 all’anno», fa sapere infatti Gaia. E comprendono: i costi del personale, i costi dei prodotti chimici (policloruro di alluminio e ipoclorito di sodio), i costi di smaltimento fanghi e i costi di manutenzione ordinaria delle apparecchiature.

Per un impianto normale (o meglio, per depurare acque che non provengono dalle cave) la spesa si ferma a 50mila euro all’anno. Questo significa che «i maggiori costi legati alla presenza di materiali fini derivanti dall’esercizio delle cave - fa sapere la società che gestisce il servizio idrico nel territorio - sono valutabili nell’ordine di 300 mila euro all’anno». E tutto perché, chi dovrebbe rispettare le regole in campo di gestione di rifiuti speciali, non lo fa.