Cave, aumenta il canone di concessione

Massa, oggi un imprenditore del lapideo paga 2,4 centesimi a metro quadro, ma secondo il Comune è poco

MASSA. I canoni di concessione degli agri-marmiferi sono troppo bassi e dovranno essere alzati. A dirlo non è un’associazione ambientalista, ma l’amministrazione comunale massese che ha dato mandato all’ufficio competente di “rivedere” le tariffe, ad oggi decisamente irrisorie. Si parla di 0,024 euro a metro quadrato. Qualsiasi sia il posto in cui è collocata la cava (vicino o lontane a grotte, sotto o sopra vette spettacolari, a ridosso o a distanza di zone protette) e qualsiasi sia il marmo estratto. Pregiato o meno pregiato, non importa: il concessionario paga “d’affitto” sulle Apuane 2,4 centesimi a metro quadro. Un po’ come per le spiagge, dove i balneari pagano 1,73 euro a metro quadro, 3 euro invece per la parte coperta dalle cabine.

Ma sulle Apuane, a prezzi, va molto peggio: un concessionario paga duemila volte meno di quanto paga il titolare di un bar o di un ristorante per il suolo pubblico nel centro storico, dove la tariffa per metro quadro oscilla da un minimo di 19 euro a un massimo, appunto, di 50 euro a metro quadrato, in base a dove il locale è collocato, più o meno vicino alle arterie principali. Tariffe care, ma almeno più “democratiche” rispetto a quelle applicate nei siti estrattivi.

Certo, gli imprenditori del marmo non pagano solo il canone di concessione: a questo bisogna aggiungere quella che, impropriamente, viene chiamata ancora tassa marmi, ossia la tassa sul marmo estratto che a Massa è circa 10 euro a tonnellata. Il punto è che il canone di concessione, confrontato al guadagno dell’imprenditore e al danno ambientale di ogni singola cava, è ancora decisamente basso. E anche, se vogliamo dirla tutta, iniquo (chi estrae marmo dal valore di mercato di 400 euro a tonnellata paga quanto chi vende marmo che vale 2000 euro a tonnellata). In tutto, il Comune incassa dai canoni di concessione circa 160 mila euro all’anno (a questi, lo ricordiamo, va aggiunta la tassa marmi)

L’amministrazione comunale quindi, dopo l’avvio di accertamenti (sia di natura ambientale sia fiscale) alle cave, ha dato un ulteriore giro di vite al settore, decidendo di ritoccare i canoni di concessione.

«Abbiamo avviato tutta una serie di accertamenti sulle cave, per aumentare la trasparenza in questo settore e far sì che le regole vengano rispettate», fa sapere il vicesindaco e assessore all’ambiente, Uilian Berti, senza sbilanciarsi però sui contenuti della delibera di giunta che verrà pubblicata in questi giorni nell’albo pretorio del Comune. Sembrerebbe però che l’amministrazione comunale abbia dato mandato all’ufficio cave di formulare diverse tariffe, e quindi non più una unica, che tengano conto di due fattori: la superficie della cava e la qualità del marmo estratto. Tariffe che insomma tengano conto anche dell’impatto ambientale delle miniere e del guadagno che un imprenditore ne ricava.

Tutto questo porterà inevitabilmente a un aumento del canone. Ma dovrà essere ben pensato per non rischiare di cadere nella rete di ricorsi e controricorsi in cui è ancora incastrata la sorella Carrara.  Qui, gli industriali del marmo nel 2013 hanno infatti fatto ricorso al Tar contro la delibera di giunta che stabiliva l’aumento dal 5 all’8% del canone concessorio da applicare al valore unitario medio della produzione della cava. E lo hanno anche vinto, il ricorso.

Il Comune di Massa, per la definizione della stima economica di una concessione tipo, si avvarrà anche dello studio dell’Università di Siena: una ricerca a tutto tondo sulle cave massesi che aiuterà forse a rispondere a un importante quesito: quanto vale, veramente, una cava?