Soledad Nicolazzi e il canto antimilitarista

Carrara, intervista alla donna che il 4 novembre scorso ha interrotto la cerimonia dell'anniversario

CARRARA. Parlare con Soledad Nicolazzi, la donna che il 4 novembre scorso ha interrotto la cerimonia delle forze dell’ordine cantando una canzone antimilitarista, è un viaggio andata e ritorno nella società di oggi: nei suoi modelli educativi, nei suoi valori, nel suo bagaglio storico. Perché quel suo gesto non era “premeditato”, ma comunque frutto di una cultura, la sua, ma anche quella di una città come Carrara, patria italiana dell’anarchia. Nella vita si occupa di teatro - solo per citare uno spettacolo: “Miraggi migranti”, che andrà in scena il 5 dicembre a Fivizzano- ma è anche pedagogista e mamma di tre figli, di 4, 6 e 10 anni, uno dei quali era in piazza con la scuola lo scorso 4 novembre. Con lei si riflette e si scherza. Quando le chiediamo se sia pentita di ciò che ha fatto, risponde: «Effettivamente ho sbagliato l’intonazione».

Soledad, davvero non sapevo a che tipo di celebrazione avrebbe partecipato suo figlio?

«Mio figlio mi aveva avvisata qualche giorno prima che avrebbe letto qualcosa sulla prima guerra mondiale. Solo il giorno prima abbiamo letto la lettera insieme al padre. Una lettera che nella parte finale diceva “ho paura però sono fiero di andare verso la morte”. A quel punto gli abbiamo parlato, dicendogli che non eravamo contenti che andasse a quella cerimonia, ma lui andava fiero di esser stato scelto per la lettura, perché fa teatro anche lui ed è anche molto bravo. Quindi abbiamo stampato altre dieci lettere di soldati dal fronte e siamo andati a parlarne con l’insegnante, molto disponibile. Le abbiamo detto che la lettera era terribile. Peraltro nel preambolo diceva che le lettere erano una reale testimonianza di quanto accadeva al fronte, quando sappiamo benissimo che non è così, che la censura era inflessibile. Le abbiamo quindi proposto queste lettere, ma ci ha detto che non potevano essere cambiate perché avevano già mandato le lettere da leggere alle forze dell’ordine. Mi ha fatto sorridere perché allora la censura non era così lontana».

E alla fine lo avete lasciato andare...

«Certo, siamo genitori libertari, tendenzialmente cerchiamo di rispettare le decisioni dei singoli. (Fa una pausa e aggiunge) Finché si può (ride, ndr). L’insegnante ci ha proposto di togliere la parte finale. E poi ho deciso di andare a sentire».

Quando ha deciso di intervenire?

«Quando ho sentito parlare il sindaco, il quale è intervenuto dicendo una cosa del tipo “ci troviamo qui in piazza Gramsci che però tutti chiamano piazza d’Armi quindi siamo ben contenti di ospitare questa cerimonia”. Per me era terrificante. Io sono una donna impulsiva, è vero. Ma anche una donna di spettacolo. E in quello spettacolo mancava solo un controcanto e il controcanto potevo farlo solo io».

Non c’erano altri genitori? «No, non ne ho visti. Io, dicevo, mi sono sentita in quel momento l’anima di questa città. Che non è vero che non ce l’ha più. È una ricchezza valorizzare quello che è successo a Carrara: qui sono state ottenute le otto ore lavorative, c’è stata una battaglia contro la Montedison, un mostro della chimica, che solo la sollevazione popolare è riuscita a far chiudere. Questo territorio ha una storia importante e mi sembra assurdo che dei ragazzini debbano partecipare a cerimonie di questo tipo e ascoltare quei discorsi».

Lei fa parte anche dell’archivio Germinal, crede che ci sia ancora un movimento libertario a Carrara?

«Carrara è così, dorme 364 giorni all'anno poi un giorno si sveglia e trascina tutti. Guardate l'Assemblea nata dopo l'alluvione, una cosa assolutamente fuori tempo rispetto al resto dell’Italia. Cosa è questo? Magari non è anarchia, ma una modalità di reagire tipica di questo territorio».

Lei ha detto che quella canzone, “O Gorizia tu sei maledetta”, le è venuta dal cuore. Ma perché proprio quella?

«Anzitutto perché quella è la canzone classica che parla del massacro della prima guerra mondiale. Ma la conosco bene perché la cantava sempre mio padre, anarchico, e la cantavo io quando suonavo a Milano nella Banda degli ottoni».

È partita proprio dall’inizio…

«Certo, la volevo cantare tutta. Dopo la prima strofa hanno cercato di fermarmi in tre, mi sono svincolata e sono andata al centro per continuare a cantare. Volevo arrivare al succo. Quando sono arrivata a casa mio figlio mi ha detto: «Perché non sei scappata?». Perché volevo finirla.

Si è spaventato suo figlio?

«Non sono riuscita a guardarlo negli occhi; volevo avvisarlo che stavo bene, ma mi hanno bloccata, non mi hanno fatta tornare. Ed è pazzesco che sia successo proprio perché ho cantato questa canzone, perché è proprio per questa canzone che venivano arrestati e fucilati durante il fascismo. Non pensavo chiaramente di scatenare una reazione del genere».

«Lo rifarebbe?»

«Forse effettivamente ho sbagliato l’intonazione».