Lui muore, il suo sogno glielo realizza lei

Martina Pucci e la madre Monica con Valentino Rossi

Sconfitto dalla Sla pochi giorni prima di incontrare Valentino Rossi. Ma per lui, al Mugello, ci va la moglie con la figlia

MASSA. Ci sono fili che uniscono. E lo fanno per sempre. Fili che non possono essere recisi, così stretti che il confine tra te e l’altro scompare. Tra i tuoi e i suoi sogni. Tra la tua e la sua felicità. Monica Pucci che quei fili esistano lo sa bene, lei che sogna quello che sognava il suo Gian Luca, Luchina come lo chiamavano tutti; lei che per realizzarli, quei sogni, mette l’ardore di chi si pone un obbiettivo e lo persegue con coraggio e ostinazione. E se la Sla prende a pugni Luchina e lo sconfigge, solo pochi giorni prima di incontrare il suo mito, beh al circuito del Mugello, a stringere la mano a Valentino Rossi, ci va lei e porta con sè la cosa più bella che Gian Luca le abbia regalato, la loro figlia Martina. Ventitrè anni compiuti il giorno che papà se n’è andato, l’università e la volontà, condivisa con mamma, di non demordere, di dare realtà ai sogni del babbo. Monica stacca dalla parete la maglietta autografata da Valentino, la indossa, si mette in macchina e al Mugello, giovedì pomeriggio, ci vanno lei e Martina. E adesso si sente - non ha paura a dirlo - felice.

Gian Luca Pucci con l'amico Marco Calamari

«Per 9 anni(gli anni della lotta contro la sclerosi ndr) - Monica si concede la confidenza - io e mio marito abbiamo vissuto in totale simbiosi. Eravamo una coppia da quando avevamo 15 anni. Ora che Gian Luca non c’è più, non posso descrivere la mia sofferenza, il vuoto che mi si scava dentro, eppure mi sento - eccola la parola coraggiosa - felice, felice di aver realizzato il sogno di mio marito, felice di aver incontrato Valentino Rossi per lui». Con lui. «Dopo tanto - le fa eco Martina - abbiamo realizzato il sogno del babbo»: lui arriva lì, ad un passo dal concretizzarlo.

La Sla se lo porta via l’11 maggio quando l’appuntamento al Mugello già è stato fissato. Ad organizzare tutto ci pensa Marco Calamari, amico di famiglia e titolare del negozio Yamaha. L’ambulanza per Gian Luca c’è, c’è persino la pattuglia della polizia stradale che devo scortarlo. «Gian Luca era emozionatissimo - Monica ricorda il momento in cui il marito scopre l’appuntamento con il suo campione - Non posso descrivere la sua felicità. Per lui Valentino era un mito, Luchina lo ha seguito sempre, dal suo esordio. E la malattia ha amplificato la sua passione». Non si perde una conferenza stampa, una prova libera. Meno che mai una gara. «Domenica parlavamo della partenza, di cosa avrebbe indossato. Gli avevano regalato una maglia autografata, lui l’aveva inquadrata. Mi ha detto che voleva mettere quella». Domenica. Lunedì, a 48 anni, Luchina si arrende: la Sla decide che la maglia gialla con il numero 46 non la deve indossare. Ma Monica a vederla ancora inquadrata, immobile sul muro, non ci sta: la stacca, la indossa e al Mugello ci va lei. E sente di aver portato con sè, e Martina, anche Gian Luca. «Non ho voluto annullare l’appuntamento, ho confermato». Perché Gian Luca doveva esserci e «c’era davvero».«Valentino il giovedì incontra i fans. E il 28 maggio, nella giornata del malato, ha accolto 5 bambini, me e mia figlia. Sapeva di Luchina, sapeva della Sla». Monica gli racconta di un uomo che la passione ha contribuito a tenere in vita, che non si è mai arreso, che ha assaporato un sogno senza poterlo gustare. E lui, il campione, ascolta: «Mi ha detto un parola che sintetizza tutto: “Che sfiga”». Perché così è stato: la malattia prima, il sogno sfiorato. Sfiga.


Ma in Martina e Monica c’è la forza di non guardare al passato con rammarico, di non concedere spazio al vittimismo e al rimpianto, di credere piuttosto che loro siano mezzo e strumento di un sogno. Che quel filo li leghi stretti stretti. Tutti e tre: «Ho chiesto a Valentino di autografare una nostra foto, Gian Luca era con noi, al Mugello: c’erano 5 bambini, c’era Martina e c’era mio marito». E c’era lei, Monica, piena di orgoglio, con la maglietta di suo marito, quella maglietta che l’aveva fatto tanto piangere: «Quando gliel’hanno regalata, anni fa, l’ho visto versare lacrime di gioia. E io ho voluto vestirmi come si sarebbe vestito lui. Ho voluto esserci perché io sono questo: la moglie di mio marito». Il filo mai reciso.