Amianto killer, già 133 vittime nella provincia di Massa Carrara

Operaio al lavoro su una bonifica di eternit

Processi in corso e secondo gli esperti il tragico bilancio potrebbe superare quota 200 decessi

MASSA CARRARA. Anche la nostra provincia ha i suoi morti di amianto, quel killer silenzioso che fino a vent'anni fa veniva maneggiato nelle fabbriche apuane come fosse burro. Sono tante, troppe le vittime. Massa Carrara è infatti la terza in Toscana per numero di morti da cancro alle membrane (attribuile unicamente all'amianto) dal 1988 (anno dell'apertura del registro) al 2010; ma è la seconda, subito dopo Livorno, se si considera la densità di popolazione. In quei dodici anni si sono registrati 133 casi (di cui 121 maschi e 12 femmine) il 10% del totale dei casi toscani. 300 quelli registrati nella provincia di Livorno e 242 a Firenze, che però conta 1 milione di abitanti rispetto ai 200 mila della provincia apuana. Ma la strage silenziosa non è ancora finita.


I dati sono contenuti nello studio dall'Ispo del 2011 “Rapporto sulla casistica 1988-2011”, si tratta della statistica ufficiale più recente a disposizione; se si guardano i tassi di incidenza standardizzati sulla popolazione si vede che Livorno e Massa Carrara sono in testa a questa classifica dell'orrore, a netta distanza della altre province. Per capirne il motivo basta guardare il tessuto industriale dei due territori estremamente simili, con una massiccia presenza di industrie collegate a filo diretto con l'amianto.
Tra queste: industrie chimiche, siderurgiche e cantieristica navale per costruzione e riparazione di grandi navi in metallo e non secondaria la costruzione e la riparazione di rotabili ferroviari.

Tradotto nel caso apuano, le fabbriche dove si lavorava o veniva utilizzato amianto erano: Nuova Pignone, Fibronit (dove veniva prodotto l'eternit) Ferroleghe, Sanac e cantieri navali (allora Cnasa). Per alcune di loro, ci sono ancora processi in corso. Il numero dei morti tuttavia è destinato a crescere. Il mesotelioma è il tumore con la latenza più lunga: può andare da un minimo di 20 a oltre 40 anni. La polvere di amianto, infatti, dalla prima esposizione, si incastra nella pleura e può arrivare anche più a fondo nel peritoneo e nelle altre membrane. Non si degrada e si accumula; e più si accumula più c'è la possibilità che si sviluppi il mesotelioma (questo processo è chiamato body burden).

Una volta scoperto però la morte è lancinante: 9 mesi di vita al massimo.
Ma, appunto, molti tumori ad oggi si devono ancora sviluppare. Gianluca Festa, dell'Usl 1 di Massa Carrara, settore prevenzione, igiene e sicurezza sul lavoro, che si occupa proprio dei casi di mesotelioma fa notare al Tirreno, che dal 1988 a oggi il picco si è registrato nel quadriennio 2009-2012 con 30 casi. Sono stati 14 dal 1988 al 1993, 22 nel quadriennio seguente, e poi 28, 20 e 27 dal 2005 al 2008. Nel 2013 infine si sono registrati 7 casi e adesso, secondo Festa, «ci sarà un periodo di stabilizzazione e poi i casi caleranno». Magra consolazione dal momento che le vittime da mesotelioma supereranno le 200. E c'è dell'altro: l'amianto può provocare anche altre malattie mortali. Tra queste il tumore ai polmoni, il quale però ha altre cause, come il fumo l'inquinamento atmosferico e via dicendo.

Per questo nella casistica di morti di amianto non rientra chi è morto per un cancro ai polmoni. Anche in sede giudiziaria è difficile dimostrare il collegamento.
Ne è un esempio il processo sul Nuovo Pignone. Solo recentemente, alla corte di appello di Genova, si è tenuta l'udienza per due degli 80 casi seguiti dagli avvocati Nicoletta Cervia, Roberta Volpi e Simonetta Marchici. Di quegli 80 operai che hanno lavorato nella ditta tra gli anni '50 e gli anni '80 (e che hanno fatto ricorso alla giustizia), circa 10 sono morti per mesotelioma pleurico. Gli altri stanno cercando di dimostrare i danni biologici o morali subiti. Ma non è facile. Per tutti il processo è iniziato nel 2005: dopo una lunga perizia ambientale, che doveva accertare la presenza di amianto, sono iniziati gli accertamenti medici. Che non sempre – fanno notare gli avvocati - sono stati a favore di chi ha subito il danno. I problemi respiratori infatti spesso vengono attribuiti in primis allo stile di vita, come il fumo.

E quelli morali, poi, - fa sapere l'avvocato Cervia – sono ancora più difficili da far comprendere «che è il fatto di aver lavorato fianco a fianco a persone, che poi sono morte, di aver respirato quella stessa polvere per chissà quanti anni, e coltivato la paura di scoprire la malattia». E intanto verrebbe da chiedersi a che punto è la bonifica del territorio. Ebbene, più o meno sconosciuta. L'ultima mappatura Arpat risale infatti al 2007 e comunque non era tranquillizzante. Di oltre mille casi segnalati negli edifici pubblici ne vennero controllati 169 e trovati positivi all'amianto 64; c'era poi, all'epoca, ancora un'industria attiva e 3 dismesse con amianto.