Alluvione a Carrara, la via crucis fino alla Marina

"Due anni fa a cedere erano stati altri punti del fiume, questa volta a venire giù come un castello di carte è un argine completato appena sette anni fa". Il commento di Massimo Braglia - Tutti i servizi sull'alluvione

CARRARA. La rabbia. E l’incredulità. Rieccoci: anche due anni fa eravamo qui, nel centro di Carrara, a raccontare di scantinati invasi dall’acqua. Persone che conosciamo da una vita. «Vai, vai a vedere quello che stanno combinando lassù, ai monti. Il Carrione scende senza freni, travolge tutto». La nostra via crucis inizia da qui, in centro, ma è solo l'inizio. Il peggio, l’inimmaginabile è laggiù, verso la marina. Vedo la piazza Menconi, tappa immancabile per una coppa di gelato, violentata da un metro d'acqua. Si affannano, le ruspe, a spaccare il muro di divisione fra la città e il porto, sembrano quei chirurghi che al paziente in apnea incidono la trachea, per farlo respirare. È la mossa della disperazione. Funziona, sul momento, ma la nostra Marina di Carrara rimarrà sfregiata. Carrara è di nuovo ferita, tradita da quel torrente Carrione che per quasi tutto l'anno è innocuo. Ma ora i marmisti multimilionari devono dare di più e si deve spendere meglio. Bisogna fare qualcosa. Devono ridarci un futuro.

Due anni fa a cedere erano stati altri punti del fiume, questa volta a venire giù come un castello di carte è un argine completato appena sette anni fa. Impossibile per lunga parte della giornata avvicinarsi a Marina di Carrara: qui, nella meta abituale delle nostre passeggiate, ora c’è l’acqua alta un metro. E il fango. E il puzzo di sporcizia. Nel 2003, quando Idina Nicolai morì travolta dalla furia del fiume mentre era nel soggiorno di casa, in centro, scattò qualcosa: si capì che la città aveva davvero bisogno di sicurezza. Poi quel bisogno si è tradotto in progetti, appalti. Milioni spesi, a profusione: ma il sinistro presagio del crollo di una palazzina sul Carrione, il 2 novembre del 2010, proprio a causa di lavori per la presunta messa in sicurezza, non è stato ascoltato. Era il segnale che non tutto filava per il verso giusto.

E così, due anni fa, allagamenti e disagi, per due volte a distanza di quindici giorni sempre a novembre, ma si ripeteva: «Dai, bisogna andare avanti, argini e abbassamento dell'alveo, progetti e appalti». Sono questi i pensieri che si rincorrono mentre vedo la piazza Menconi, tappa immancabile per una coppa di gelato, violentata da un metro d'acqua. Si affannano, le ruspe, a spaccare il muro di divisione fra la città e il porto, sembrano quei chirurghi che al paziente in apnea incidono la trachea, per farlo respirare. È la mossa della disperazione. Funziona, sul momento, ma la nostra Marina di Carrara rimarrà sfregiata.

Dal mare, amo fotografare le cave, le Apuane: sono così bianche, maestose, sembrano così vicine che potresti toccarle. Lo faccio sempre, anche se so che poi mi arrabbio: perché delle enormi ricchezze che derivano da quell'oro bianco, traggono vero giovamento solo una quindicina di famiglie, e alcune di queste magari non si accontentano di guadagnare soldi a palate ma, qualche volta, si dilettano anche a evadere il fisco. Riguardo le Apuane, coperte da nuvoloni che non promettono niente di buono, riguardo Marina sfregiata dal fango, scuoto la testa, mi rendo conto che sto mescolando argomenti, temi, immagini. Forse è colpa del rumore delle ruspe.

Mi arrabbio, scoppio. Mi sfogo con un amico: «Scrivi, scrivi... tanto non cambierà niente», mi risponde disincantato. È quello che temo anch’io, ma lo scrivo lo stesso. I marmisti multimilionari devono dare di più, il Comune e la Provincia devono avere di più ma lo devono spendere meglio. Cacciare chi ha sbagliato, e assumere i massimi esperti di idraulica e rischio idrogeologico, devono esserci da qualche parte: realizzare casse di espansione, scolmatori, fare qualcosa. Devono ridarci un futuro. Dobbiamo disarmare il killer, il Carrione deve ritornare innocuo. A Marina voglio andare a passeggiare e a cercare tranquillità, non a vedere un metro d'acqua e fango e gli amici con le lacrime agli occhi dalla disperazione. Ora basta.

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