Il marmo apuano bisogna usarlo solo per fare arte

Troppo prezioso, nessun altro uso è degno Parola di uno dei più noti scultori giapponesi

Per lui la scultura non è solo estetica, ma è uno strumento di pace. Nato a Hiroshima nel 1942, tre anni prima che gli aerei statunitensi sganciassero la bomba atomica “Little boy”, radendo la città al suolo, Kazuto Kuetani, è uno degli artisti più “rari” di Carrara. Ha 72 anni ma ne dimostra la metà: è piccolo di statura ma fortissimo, è timido ma schietto nel parlare. Nei primi Anni Settanta si è trasferito a Carrara e da allora vive a metà tra i piedi delle Apuane e il Giappone, dove ha la sua famiglia e dove sta realizzando “Colle della Speranza”, un'opera mastodontica di 7mila tonnellate di marmo di Carrara e dodici anni di lavoro (altri dieci davanti).

Il Tirreno lo ha incontrato per questo “salotto degli artisti”: un faccia a faccia con gli scultori apuani, di nascita o adozione, per farsi raccontare il loro rapporto con la città. Kuetani ci riceve nella sua seconda casa, lo studio Luigi Corsanini – uno degli storici laboratori del marmo, oggi portato avanti dalla seconda generazione, da Leonardo Corsanini e dalla moglie Letizia Corsi – nella zona industriale di Avenza, e inizia a parlarci accarezzando le sue statue: sculture ambientali, curve che riprendono l'infinito e stimolano il contatto dell'uomo con l'opera.

Perché ha scelto proprio Carrara?

«Perché c'è il marmo. È così speciale? Il marmo è figlio della madre Acqua: nasce dal mare in un arco temporale lunghissimo. È un materiale che ha la caratteristica femminile della duttilità, capace per la sua struttura di ricevere qualsiasi forma, ma allo stesso tempo è forte e resistente. Lo sento vivo».

Lo lavorava già in Giappone?

«No, all'epoca non arrivava tanto marmo. Mi innamorai letteralmente di questo materiale, e decisi che era quello che volevo lavorare quando arrivai a Roma e mi trovai di fronte la Basilica di San Pietro: rimasi folgorato dal colore, come un fiore bianco tra il blu del mare, il verde delle isole e l'azzurro del cielo, dal suo essere naturale. La stessa sensazione che provai quando arrivai per la prima volta nelle cave di Carrara.

E che sensazione è?

«Credo sia limitante racchiuderla in una sola parola. È qualcosa di estremamente soggettivo: sento lo stomaco chiudersi, i brividi, sento leggerezza. Mi sento parte di un tutto armonico. Quando entro nelle gallerie scavate in montagna, ho la percezione di essere nel suo stomaco e mi emoziono. Sento di ricevere una grande energia che poi riverso nelle mie opere. Il rapporto con la natura è fondamentale per l'uomo e io lo ricerco anche nelle mie creazioni, che sono infatti sculture ambientali. Ho sempre creato opere di venti metri in cui i bambini potessero entrare, giocare e interagire con loro: è come se cercassi di strapparli dagli schermi televisivi per riportarli in natura, perché il marmo è natura. E la natura è pace».

C'è chi chiede che vengano chiuse le cave perché stanno distruggendo l'ambiente: che ne pensa?

«Credo solo che il marmo debba continuare ad essere estratto per creare opere d'arte, perché è storia che rimane in una città arricchendola di un valore inestimabile ed eterno. Basti guardare la storia dei romani, degli egiziani, dei greci: è storia che rimane e la storia richiama gente ed energia da tutto il mondo. Per il resto, non pr. endo posizione».

Lei dove prende il marmo? «Io me lo scelgo, vado direttamente in cava e seleziono sempre il migliore, che è qui a Carrara. Poi tratto con i marmisti, che con noi artisti sono sempre ben disposti. D'altronde è anche vero che io compro tonnellate di marmo».

Però la maggior parte delle sue opere vengono messe su navi e spedite in Giappone...

«Il problema della città è proprio questo: le mie opere, ma non solo le mie, non interessano. Non viene valorizzata l'arte e c'è un totale disinteresse da parte della popolazione. I carraresi, ad esempio, sono tutte bellissime persone, socievoli, disponibili con cui io mi sono trovato sempre molto bene, ma non apprezzano l'arte o forse non riescono a capirla. Preferiscono il divertimento, lo shopping, l'abbronzatura e non capiscono che manca qualcosa, che c'è bisogna di arricchirla questa vita, con l'arte, la scultura, la storia, la conoscenza. Ma chiaramente non è solo qui il problema: è una società che sotterra la cultura».

Stava dicendo anche che la città non valorizza l'arte...

«Esatto: Carrara ha l'oro ma non sa cosa farsene. La città dovrebbe essere piena di statue di marmo, messe in ogni angolo, piazza, strada. E invece c'è solo una manciata di sculture, che passano anche inosservate. Mentre Pietrasanta è stracolma di statue: davanti al Duomo c'è una mostra a cielo aperto che cambia mensilmente. E le gallerie, poi? Quante ce ne sono a Carrara? Praticamente nessuna. Pietrasanta, invece, è piena di gallerie e fino all'una di notte è possibile visitarle. Lì, c'è gente che viene e che va, immersa in un mare di arte. Carrara invece è letteralmente vuota. I due comuni sono così vicini geograficamente ma così lontani culturalmente. È normale quindi che il marmo venga esportato, è normale che gli artisti preferiscano Pietrasanta».

Quindi gli artisti preferiscono Pietrasanta?

«Molti sì».

E perché lei è rimasto qui? «Perché sono un pesce in acqua. Qui ho tutto: ho il marmo migliore, gli attrezzi migliori e la manodopera migliore. Come un pesce vivo nel mio habitat e lavoro silenzioso, senza guardarmi intorno. Poi se non vogliono le mie opere, so dove portarle».

E invece dal punto di vista estetico e architettonico com'è Carrara?

«Carina, ma le manca ordine ed eleganza. Anche qui il riferimento è Pietrasanta. Carrara non viene valorizzata come si meriterebbe. Le facciate dei palazzi non vengono curate, il litorale è brutto. Non ha un’estetica unitaria».

Qual è la parte della città che preferisce?

«La montagna, in particolare Campocecina. Il paesaggio è bellissimo, lì ritrovo me stesso e il mio contatto con la vita, lì trovo la pace. La pace e la vita sono il leitmotiv delle sue opere: riproduce l'infinito, forme armoniche, curve che sembrano uteri materni, come per riportare nel silenzio e nella pace di quel luogo protetto».

C'entra qualcosa con il suo luogo e la sua data di nascita?

«Ero piccolo quando hanno sganciato la bomba su Hiroshima, ma ricordo molto: ricordo una casa che bruciava, la paura, la fame nonostante vivessimo in campagna e fossi figlio di contadini. Quelle sofferenze, quel dolore hanno lasciato un segno profondo: mi hanno fatto maturare la ferma convinzione che ciascuno di noi deve rivolgere ogni possibile energia alla costruzione della pace. Mai più guerra, mai più, mi sono detto. Fin da piccolo ho avvertito quindi il desiderio di manifestare questo sentimento attraverso la scultura e ho sempre cercato di trasmettere questo messaggio attraverso le mie opere, sempre con la volontà di essere un artista per la pace».

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