Parco Padula, lo scempio dell’arte

Carrara, nel museo di scultura contemporanea all’aperto, sparita la civetta di Morris, imbrattato l’uovo di Parmeggiani, “bruciati” 1,3 milioni

CARRARA. Inghiottita dal degrado o forse rubata, è sparita la Civetta di Robert Morris, una delle più importanti e originali opere della Biennale Internazionale di Scultura, edizione 2002. Se è stata rubata, il ladro s'intende di mercato d'arte: un'opera di Morris, ad esempio il "Ring with Light" (1965), valeva, nel 2009, 350mila dollari (stima ArtEconomy 24). Parliamo di una delle opere della Biennale che ha dato origine a quello che avrebbe dovuto essere – e per un po' lo è stato – il primo museo di scultura contemporanea all'aperto di Carrara: nel Parco Padula.

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Noi ci abbiamo fatto un giro: per chi ha un briciolo di sensibilità per l'arte, c'è più degrado qui che in alcune banlieue parigine: l'opera di Claudio Parmeggiani, altro scultore-guru dell'arte contemporanea – parliamo del famoso uovo, in marmo bianco di Carrara, incastonato tra due rocce – è stato imbrattato con bombolette spray . Ha un colpo al cuore chi apprezza (anche solo minimamente) l'arte, ha un moto di stizza chi pensa allo spreco di un fiume di denaro: nel 2002 quella Biennale costò all'Amministrazione di Carrara 2 miliardi e 600 milioni di vecchie lire, 1,3 milioni di euro.

La cittadella. Il parco Padula avrebbe dovuto diventare non solo il primo museo della scultura carrarese a cielo aperto, ma avrebbe dovuto essere anche il Dna di una cittadella della scultura, situata proprio lì, nel verde. E da lì sarebbero dovuti partire grandi progetti, almeno così si diceva. Poi cambia la giunta, Segnanini passa la mano a Conti, Conti a Zubbani; le idee cambiano e si punta tutto sulla ristrutturazione (costata pure quella milioni di euro) dell'ex convento di San Francesco, oggi Centro Arti Plastiche.

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Lo scempio. Torniamo al parco. Qui nel 2002, con un immane lavoro (anche logistico e di posa) venne collocato un esempio del meglio di ciò che l'arte contemporanea può esprimere: opere di artisti del calibro di Mario Merz, Luigi Mainolfi, Parmeggiani, Morris. Siamo di fronte al cancello: entriamo. La villa Fabbricotti è in ristrutturazione. Niente da dire, se non il fatto che in qualunque altra parte del mondo, forse anche in Burkina Faso, un cantiere che sorge accanto a delle opere d'arte di quel pregio sarebbe stato tirato su e chiuso diversamente. Proseguiamo. Sulla nostra destra, troviamo "Aspettiamo visite", la scultura di Mario Merz: annerita, imbruttita, immersa nelle erbacce. Ci ricordiamo dell'uovo di Parmeggiani, saliamo più in alto nel parco e scopriamo quello che abbiamo già detto. Riscendiamo giù: c'è la grande gabbia in ferro che conteneva le splendide "Ballerine" di Mainolfi, che già nel 2004 erano state barbaramente spezzate. Non ci sono, la gabbia è vuota: e se anche domani le ballerine tornassero a casa, quella gabbia (nella foto) sarebbe da buttare via. Risaliamo per vedere la nottola di Hegel: ci cadono le braccia..

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Qui Comune. Contattiamo il Comune per chiedere, innanzitutto, dove siano le opere che mancano. Parliamo con Sandra Botti, responsabile sistema museale: «Le Ballerine sono nel magazzino del settore cultura che abbiamo a Pontecimato – ci risponde – Appena possiamo, le restaureremo. Dal parco Padula manca anche "la testa" di Merz – aggiunge Botti – che l'artista aveva voluto collocata sul davanzale di una delle finestre del secondo piano della villa: è in deposito al Centro Arti Plastiche, non è esposta perché non ha senso vederla fuori da quella che era collocazione voluta dall’artista». Giusto. E allora chiediamo: e la civetta di Morris? «Si trova nella sua naturale collocazione – risponde la responsabile del sistema museale – nel verde della Padula, all'interno della casetta..», la casetta in mattoni, cemento, terracotta e legno, in cui l'aveva deposta lo scultore statunitense, unanimemente riconosciuto come uno dei più importanti artisti della scena internazionale. Noi alla Padula ci siamo stati, ma la civetta non c'è ed è completamente distrutta la casetta che costituiva, come la gabbia per le Ballerine di Mainolfi, parte integrante dell'opera: l'uccello simbolo di Minerva lo si vedeva esclusivamente sbirciando da uno spioncino sulla porta.

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Occasione perduta. Nel 2002 il Comune spese 1,3 milioni di euro per quella Biennale, che aveva portato a Carrara 3.562 visitatori per un incasso di 13.290 euro: i dati li aveva tirati fuori l'allora consigliere comunale di Forza Italia Simone Caffaz, oggi presidente dell'Accademia di Belle Arti, che sul Tirreno, valutava quanto quell'edizione fosse costata, pur senza nulla togliere «al valore artistico di alcune opere». Se erano tanti allora 1,3 milioni di euro, figuriamoci adesso. Oggi Carrara non può più permettersi di spendere simili cifre, e quando nel settore cultura si fanno scelte criticabili o di basso profilo si è giustificati: non ci sono soldi. Ma allo scempio Padula e allo spreco di denaro, che è tale per quello che oggi è rimasto del museo di scultura contemporanea all'aperto, di giustificazioni non ce ne sono. Verrebbe da chiedersi anche che senso ha, adesso, ristrutturare Villa Fabbricotti.

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