Neonato morto, condannata ginecologa

«Non si è accorta dellla difficoltà del parto». Otto mesi anche alle due ostetriche che avevano seguito il travaglio

MASSA. Quel neonato è morto per un loro errore di valutazione. Così il giudice ha condannato a otto mesi di reclusione (pena sospesa e non menzione) una ginecologa (Ivonne Paita) e due ostretriche (Annamaria Croce, nel frattempo andata in pensione, e Francesca Musetti) dell’Ospedale pediatrico apuano. Non solo: dovranno risarcire i genitori del piccolo, deceduto all’ospedale Meyer dopo venti giorni di agonia, con quattrocentomila euro e pagare le spese processuali. Un acconto di quanto poi verrà deciso in sede civile, dove verrà chiamata a rispondere anche l’Asl1 di Massa-Carrara. La famiglia Panucci - Antonio e Carla Caffarone - era difesa dagli avvocati Barbara Bocca e Luca Pietrini.

Il piccolo Vittorio era nato alla fine di aprile nel 2009 nel reparto materno infantile. Dopo il primo vagito presentava già gravi difficoltà respiratorie. Trasferito d'urgenza al Meyer di Firenze, era spirato venti giorni dopo. Una brutta storia finita nella aule di tribunale con due ostetriche e la ginecologa a processo con l'accusa di omicidio colposo. Secondo i genitori del piccolo se, un'ora e mezzo prima del parto naturale, fosse stato praticato un taglio cesareo, il loro bambino poteva essere ancora vivo. Ed era stata proprio la mamma, Carla, a mettere in moto l'indagine, affidata al pubblico ministero Alessandra Conforti. Il magistrato aveva disposto la riesumazione e la ricognizione del cadaverino. Disposta anche una consulenza del professor Giusti e del dottor Nardini, entrambi dell'Università di Pisa. Su quella consulenza si fondava l'ipotesi dell'accusa recepita dal giudice.

Tutto ruotava intorno al tracciato cardiotocografico. Un termine tecnico per indicare il cosiddetto monitoraggio, il rilevamento dell'attività cardiaca fetale e delle contrazioni uterine. Per i due periti, ascoltati in una delle tante udienze, il tracciato avrebbe indicato una sofferenza respiratoria del piccolo tale da indurre, appunto, a un cesareo. E proprio la decisione di proseguire con un parto naturale sarebbe stata - sempre secondo l'accusa e il giudice di primo grado - la causa dell'ipossia del bambino alla nascita. Vale a dire della sua difficoltà respiratoria.

Sia le ostetriche (difese dal legale Paolo Fraschini), sia la dottoressa (difesa, invece, dall'avvocato Andrea Corradino) si sono affidate a consulenti di parte che hanno steso perizie dettagliate sul tracciato. Le tre imputate in aula avevano anche esposto la loro versione dei fatti, spiegando che nel tracciato non avevano rilevato alcun elemento che facesse presumere pericoli per il nascituro. La dottoressa Paita aveva riferito al giudice di aver visitato due volte la paziente, alle 22 e 15 circa e a mezzanotte e di non aver ravvisato nulla di preoccupante e di non essere stata contattata nel periodo di tempo intercorso tra l'ultima visita e il parto. Ma secondo i consulenti quel parto non era stato seguito correttamente. Ed è proprio dalle loro convinzioni che è nata la condanna per le tre dipendenti dell’Azienda sanitaria apuana. In attesa delle motivazioni di una sentenza che quasi sicuramente verrà appellata da parte dei legali delle imputate, che continuano a professarsi innocenti.

©RIPRODUZIONE RISERVATA