Su quel vanto dell'ingegneria, in 5 minuti dalla Bettola a Marinella: era il luglio 1983

ll giornalista e scrittore Giacomo Guglielmone ci ha inviato questo ricordo personale del ponte di Albiano Magra, crollato mercoledì 8 aprile

Aulla. Il primo pensiero è un presagio di vendetta. Ora che nessuno si muove, che Covid-19 fa impazzire i contatti sulla rete, adesso che dominano le esperienze virtuali e il Grande Flusso punta a superare il concetto di rete, Calcestruzzo & Cemento, a lungo negletti, scansati alla stregua di un contagio indegno degli splendori online, presentano il conto, esausti e grigi come soldati sull’Isonzo dopo cento anni di attacchi. L’Europa li mette sulle banconote, i ponti, ma in Italia si spezzano come savoiardi dentro il tè e dentro di te. Vivo a Cremona da vent’anni anni, e mi capita di percorrere spesso un ponte importante, tra la città e il Piacentino. Dopo quello di Caprigliola, l’ho adottato. Di un’amica che vive a New Orleans so quasi tutto. Ora per ora. Se le serve, le dico in diretta, con le microcamere, come si prepara una torta di verdura, adesso che è Pasqua.

Giacomo Guglielmone

Ma da venti mesi c’è chi non va a fare la spesa da una parte all’altra di Genova, e, da mercoledì, i collegamenti a cavallo di Liguria e Toscana, tra Albiano Magra e Santo Stefano Magra, sono tornati all’anno mille. Dico mille perché nel 1306, mezzo chilometro a monte, un ponte c’era già. I resti si intravedono tra i canneti. Albiano è il paese in cui ho vissuto un decennio, nel cuore degli anni Ottanta, arrivato 14enne dalla Spezia (quartiere Mazzetta). Santo Stefano quello in cui ho giocato a pallone. Se il viadotto accartocciato sul Polcevera risale alla coda del boom (1967), il ponte di Caprigliola è stato costruito più di mezzo secolo prima, tra il 1906 e il 1908.

Per me è il ponte: un vanto dell’ingegneria italiana. Un cinque arcate largo oltre sette metri. Un’infrastruttura che da sempre tutti hanno attraversato con deferenza. ‘Ecco il ponte di Caprigliola’, scandivano, quando ero bimbo, al volante, mio padre, i miei zii, i miei nonni, a rimarcare un doveroso tributo ai realizzatori dell’opera. Quel ponte l’ho percorso una quantità infinita di volte: in macchina, a piedi, in bicicletta, in taxi, a bordo di sbandanti Ape Piaggio, sui bus della Fitram, dell’Atc, della Cat e della Sita, a bordo di utilitarie, di Alfette fiammanti, di Fiat Ritmo 105 cavalli, di 112 Abarth incazzate nere, di Citroen 2 Cavalli, di Golf Gtv rosso Ferrari. Ricordo di una 127 verde pisello con i sedili avvolti di pelo artefatto, non so di chi, una mia Peugeot 104, la Fiat 128 scarburata di mia madre e una Opel Kadett a fine corsa che da ragazzini senza patente usavamo per improvvisare i rally nella piana del fiume, dopo aver imboccato le strade bianche sotto il ponte. Un gelido ultimo dell’anno, il ponte l’ho percorso a piedi, prima dell’alba. Una seconda volta l’ho fatto a piedi di notte, di ritorno da Santo Stefano. Era un sabato di ottobre del 1982 e al cinema lato Liguria davano I Predatori dell’Arca Perduta. Andata col bus dell’Atc (ultima corsa). Film. Ritorno a piedi. Da solo. Attento a non farmi arrotare.

Alla sera della domenica, se ti mettevi sul lato di Caprigliola, di fronte alla Bettola, guardavi negli abitacoli e vedevi le facce stanche delle coppiette che tornavano dalle scampagnate in Lunigiana. Lei guardava da una parte, lui dall’altra. E a noi, seduti sulle spalline del ponte, ci pareva di essere Shakespeare a ragionare su quegli sguardi. A volte, quando frequentavo il liceo Parentucelli a Sarzana, in certe albe esistenziali andavo alla stazione della Bettola, in faccia al ponte, dove tutti mi conoscono da sempre, per il gusto di andare a scuola in treno. Mentre aspettavo sulla banchina, e il vento fresco muoveva le canne e i fili d’erba cresciuti tra le pietre brune della massicciata, ho creduto di imbattermi in qualcosa di poetico. Una domenica di luglio del 1983, su una di quelle Alfette duemila argentate, all’ora di pranzo, col sole a picco e le strade vuote, con un bellone dei fotoromanzi, Pierangelo, partiti dalla Bettola, siamo arrivati a Marinella in cinque minuti. Tutto ai duecento all’ora. Sul ponte delle Ceramiche, a Ponzano, ve lo giuro, l’Alfetta ha volato ed è atterrata come un 747. Pierangelo era petto nudo e non si è scomposto: la sinistra sul volante, la destra sul cambio. Senza una parola. Sempre così. Anni Ottanta. Pazzesco, solo a pensare agli Autovelox di oggi.

Più volte il ponte l’ho visto da sotto. Il bagno lo facevamo più a monte, al Cerro, tra la Bettola e Stadano, con un tuffo da dieci metri che te la facevi addosso, ma a volte si scendeva più a valle, mentre facevi il morto. Ci sono stati milioni di attraversamenti lampo del ponte da parte dei fumatori, per rifornirsi alla Bettola. Ci sono state lunghe code, vigili , liguri e toscani, all’ora di punta, davanti alla Bettola, a dirimere le precedenze tra chi va in Liguria e i chi in Toscana. Le occhiate ai cartelloni del cinema, delle sagre, dei concerti dell’orchestra Casadei e dei loro emuli, l’amaca della Bettola dove le sere d’estate mi godevo il fresco sotto un olmo e sentivo le canzoni del juke boxe oppure il calcio minuto per minuto. E c’è stata un’infinità di altre cose.

E’ difficile accettare che il mio ponte sia crollato e che questo capiti tra le regioni in cui sono nati Cristoforo Colombo, Leonardo da Vinci e Dante Alighieri. Il grande viaggiatore, il grande inventore e il sommo poeta, che a Mulazzo, a pochi chilometri dal crollo, ha iniziato a scrivere la Commedia. Non posso che prenderne atto. Tenere sotto controllo i ricordi. Fare affidamento sull’infinito, sorprendente splendore non dei liguri né dei toscani bensì quello, spettacolare, della vita, capace di mandare a braccetto anacronismi e speranze e di disfarsi, in un attimo, del passato e del presente, tenendo valido il futuro e basta. Soltanto così i ponti che crollano possono ridare un senso alle distanze, alle attese e alle nostre esistenze.