La villa, l’eredità e il fratricidio: si avvicina la verità sulla vicenda Casonato

Nello spazio di dieci giorni sono in programma le discussioni che vedono alla sbarra Marco: i danneggiamenti a villa Massoni e l'omicidio del fratello Piero. Rischia una condanna minima di 24 anni, ridotta dal rito abbreviato. Una storia torbida fatta di odio familiare, lettere dal carcere, un'eredità contesa e una figlia non riconosciuta

MASSA. Il fratricidio di Abele per mano di Caino una voce su Wikipedia ce l’ha. Il mito della discordia per eccellenza, dell’amore naturale che si muta in odio, per invidia, è una costante di ogni tempo. Per Piero e Marco Casonato la voce sull’enciclopedia online non esiste, ma che quel primo novembre del 2017, quando la macchina di Marco salì sul corpo di Piero, uccidendolo, il mito abbia trovato una nuova declinazione non ci sono dubbi. Il 27 marzo prossimo, un anno e quattro mesi dopo la tragedia, il tribunale di Massa deciderà, nella sentenza di primo grado, della colpevolezza di Marco Casonato.

Massa, Villa Massona e il fratricidio Casonato

Arriva dunque al suo epilogo la vicenda giudiziaria con la formula del rito abbreviato, decisa lo scorso luglio dal gup Ermanno De Mattia, A sostenere l'accusa la pm Alessia Iacopini. Se l’invidia di Caino verso Abele è il motivo dell’omicidio biblico, qui la posta in gioco è la gestione della più importante, e tormentata, eredità familiare: villa Massoni.

VILLA MASSONI, IL MAGNIFICO RUDERE DELLA DISCORDIA

L’impianto risale alla fine del XVI secolo, ma il suo ampliamento è dovuto all’azione di Carlo II Cybo-Malaspina che volle rinnovarla per farne la dimora dei suoi soggiorni nella natura. Da qui, con giri immensi (vi soggiornò anche la sorella di Napoleone, Maria Anna Bonaparte) e alterne fortune, la storia della Villa si è trascinata fino a incrociare quella della famiglia Casonato. E nel giardino dove tra gli anni ’70 e i ’90 dello scorso secolo si tenevano le Feste dell’Unità del Partico comunista italiano, si è consumato il triste epilogo di morte.

Villa Massoni

Poche ore dopo l’omicidio il procuratore capo della procura massese, Aldo Giubilaro, dichiarò che tra i due fratelli “c’erano attriti da tempo”, pur ammettendo che “la causa scatenante di quanto accaduto ancora non si conosce con esattezza”. E su questo si fronteggiano le ragioni dell’accusa e della difesa, rappresentata dal legale di Marco Casonato, Riccardo Balatri.

REAZIONI DI RABBIA O AGGUATO: LE TESI INCONCILIABILI

Il diverbio, secondo l’ipotesi degli accusatori, non smentita però da Marco Casonato, sarebbe nato da divergenze su lavori di manutenzione del parco che erano stati affidati da Piero ad alcuni nomadi. Litigi che andavano avanti da anni, anche secondo i testimoni sentiti, con Piero che in un testamento redatto nel 2007 aveva fatto chiaramente capire che avrebbe tagliato fuori dall’eredità il fratello: “a lui nemmeno un centesimo”, scrisse. Chi avrebbe ereditato allora? Conoscenti e amici, ma il grosso era indirizzato a sua figlia, nata da una relazione extraconiugale, Alessandra, che fino a poco tempo fa ha mantenuto il cognome della madre. Per poi prendere quello del padre, Casonato appunto, a vicenda giudiziaria già avviata. Ma questo si vedrà più avanti.

Quei dissapori però, secondo la tesi difensiva di Marco Casonato, erano invece dovuti all’aggressività di Piero nei confronti del fratello. L’1 novembre del 2017 Marco ha raccontato di essere andato a Villa Massoni per verificare di persona lo stato dei lavori che il fratello aveva affidato agli operai: era nata una lite su quanto fatto, finita con la morte di Piero Casonato travolto più volte dall’auto del fratello.

Investigatori al lavoro sulla scena dell'omicidio

Ecco, secondo la difesa, quel giorno Marco era atteso alla villa per un agguato in piena regola. E a testimoniarlo ci sarebbero le foto che lui stesso ha scattato con la macchina fotografica che si era portato dietro. In una recente lettera inviata a Il Tirreno – della produzione epistolare dal carcere di Marco Casonato parleremo poco più avanti – l’imputato sostiene: “Stavo cadendo in un agguato preparato professionalmente quando come una specie di metronotte perlustravo il terreno. Nelle foto si vedono i quattro zingari pronti e nascosti. Uno era pronto ad attaccarmi speronandomi con l’auto, gli altri tre avevano oggetti atti ad offendere con cui sono stato ferito alla destra e alla sinistra della testa”. Una lama, racconta, lanciata all’altezza del volto, rimbalzata sul vetro dell’auto lanciata per ucciderlo da uno degli operai amici del fratello.

Ecco, gli operai. Uno di loro, tre giorni dopo l’omicidio, raccontò di avere assistito a tutta la scena e di aver fatto di tutto per provare a fermare la furia automobilicida di Marco. Utilizzando un’altra auto, una vecchia Panda Rossa, avrebbe provato a frapporsi tra Marco, alla guida della sua Doblò e Piero, che invece era a piedi. “Io ho provato a fermarlo, vedo ancora quella scena, da allora non riesco a dormire”.

Gli operai assunti da Piero Casonato, testimoni dell'accaduto

L’attendibilità di quegli operai è invece messa in discussione dall’avvocato Balatri e da Marco Casonato stesso. I lavori alla villa erano stati regolarmente autorizzati dalla Soprintendenza, ma per Marco i lavoratori scelti dal fratello Piero erano una minaccia. Un mese prima era stato bruciato un piccolo trattore all’interno del perimetro di pertinenza della villa, mentre quindici giorni prima dell’omicidio Marco era tornato da Milano a Massa perché gli era stata segnalata la presenza di alcuni abusivi nella villa.

Si era presentato con alcuni esponenti di Forza Nuova nel giardino dove aveva trovato i sinti al lavoro e il fratello Piero. Anche in quel caso era partita una discussione accesa e una lite tra le due parti, con Piero che era intervenuto con la sua auto per scacciare fratello e attivisti del partito neo fascista. Una sorta di preambolo al primo novembre e, nella lettura che dà dell’episodio la difesa, un elemento che dimostra l’aggressività di Piero nei confronti del fratello Marco.

LETTERE DAL CARCERE

Marco Casonato dunque finisce in galera. Dopo qualche mese di prigionia e di presenza silenziosa in aula – cambierà due legali prima di legarsi a Balatri – dà segno di sé in maniera strana. Nelle redazioni dei giornali arrivano lettere: il mittente è Marco Casonato, le invia dalla Casa circondariale di Massa. Sono le sue lettere dal carcere. Grafia smilza e svelta, Casonato affronta le sue recenti tragedie, rivolgendosi al sindaco di Massa Francesco Persiani, alla nipote acquisita che non conosceva, in generale ai lettori. Sono lettere stravaganti ma coerenti, ne esce fuori l’immagine di un uomo che non si addossa la responsabilità dell’omicidio, affezionato al fratello e preoccupato per la sorta della di lui figlia. Una specie di thriller psicologico a puntate, dove l’uomo ripercorre affetti e fatti per ricostruire la sua verità su quel primo novembre.

Una delle lettere inviate da Marco Casonato dal carcere

Si rivolge alla nipote, Alessandra, la immagina giovane studentessa universitaria, parla della madre che sostiene di avere conosciuto. Le suggerisce di prendere un buon legale – la ragazza allora non aveva ancora preso il nome di Piero – “sta per mettersi in una palude, personalmente ci terrei che i beni di mio fratello andassero all’unica figlia senza causare motivi di sofferenza ulteriore”.

In un’altra lettera propone al sindaco Persiani “donare al comune due aree al fine di sistemare al meglio due piazzette senza nome che esistono da anni. L’idea è di fornire lo spazio per creare due piazzette da dedicare al mio povero fratello Piero Casonato che come medico ha salvato molte vite a Massa ed al mio noto avo Piero Massoni eroe dell’aria e grande pioniere dell’aviazione”. Amore fraterno tardivo.

Nella più recente torna invece con la memoria al giorno dell’omicidio “Stavo cadendo in un agguato preparato professionalmente quando come una specie di metronotte perlustravo il terreno. Nelle foto si vedono i quattro zingari pronti e nascosti. Uno era pronto ad attaccarmi speronandomi con l’auto, gli altri tre avevano oggetti atti ad offendere con cui sono stato ferito alla destra e alla sinistra della testa”. La conclusione è a effetto, visto com’è andata: “Quella tragica sera a morire dovevo essere io, caduto nell’agguato”.

LE PERIZIE

Due perizie chieste dal legale Riccardo Balatri e affidate al dottor Gabriele Rocca hanno stabilito che Marco Casonato è capace d’intendere e volere. La perizia era stata richiesta soltanto nel processo per l’omicidio, ma la difesa ha voluto che anche nel parallelo processo per i danneggiamenti alla villa fosse eseguita. Stesso perito e uguale risultato. Casonato c’è. Ora di colpi di scena non dovrebbero venirne più fuori. L’ultimo guizzo di questa non lineare vicenda è arrivato dallo stesso Rocca, che nel processo sulla villa ha ha spiegato di avere visto la documentazione relativa al fratello Piero, riguardo  un ricovero subito in un ospedale psichiatrico giudiziario nel 2008, durato alcuni mesi, per l’uso di anabolizzanti che avrebbero causato un disturbo della personalità, tanto da manifestare tratti aggressivi. Circostanze non emerse nel processo principale. Una piccola luce per la difesa che sostiene la tesi dell’agguato.

C’è anche una guerra di perizie riguardo alla ricostruzione dei fatti del giorno dell’omicidio. Il tribunale nel corso del processo ha acquisito la consulenza del perito di parte, l’ingegnere Fabio Bernardini. Il lavoro di quest’ultimo infatti critica la ricostruzione fatta dal perito della procura, il professor Dario Vangi. Troppo pochi gli elementi considerati, soltanto alcune foto dell’auto nello specifico, per stabilire che la manovra di Casonato fosse fatta per investire e uccidere il fratello. Troppe le cose non considerate, si sostiene, traiettoria, segni sull’asfalto.

Marco Casonato lascia l'aula del tribunale

Nello spazio di dieci giorni tutto questo dovrebbe essere chiarito. Il 17 marzo, di fronte alla giudice Alice Serra, è prevista la sentenza nel processo nel quale gli viene contestato il reato di danneggiamento al patrimonio artistico e archeologico nazionale (previsto dall’articolo 733 del codice penale) per villa Massoni.

Pochi giorni dopo, il 27 marzo, programmata la discussione per l’omicidio del fratello Piero, con il giudice Ermanno De Mattia. Per sapere se quel 1 novembre Caino, ancora una volta, è tornato sulla terra per riproporre il suo dramma infinito insieme ad Abele. Casonato, accusato di omicidio doloso aggravato per vincolo della parentela, rischia una pena non inferiore ad anni 24. Che sarebbe ridotta di un terzo in caso di condanna visto il rito abbreviato.