Lucchese, l’ex diesse Vitale sull’imprenditoria locale: «Non si è vista neanche ai tempi della B»

Pino Vitale, a destra, con il figlio Lorenzo che è il direttore sportivo dell’Aglianese prima in classifica nel girone D della serie D

Pessimista sul suo ritorno: «La D non la conosco e per informarmi chiedo a mio figlio Lorenzo che sta facendo bene»

LUCCA. Il dispiacere che prova lo senti dalla voce. La retrocessione della Lucchese per lui è stata come un pugno nello stomaco. É amareggiato per la città, per i tifosi, per Bruno Russo, la “Ruspa” che resta uno dei suoi figli prediletti per quel suo amore viscerale per i colori rossoneri. Lui è Giuseppe Pino Vitale, classe 1947, per quasi 14 anni al servizio della Lucchese nel periodo dell’età dell’oro, quello di Maestrelli e Grassi, dell’Omone, della Coppa Italia di C, dello storico ritorno in B e delle nove stagioni consecutive nel campionato cadetto. Quei favolosi anni Novanta icona di una Lucchese che oggi si è fatta piccola piccola e che in questi anni Duemila ha subito l’onta di tre fallimenti in undici stagioni. Vitale, di fronte all’ennesimo verdetto negativo, da un lato spera ancora nella riammissione dall’altro però, ripone nel cassetto la sua proverbiale diplomazia, e attacca l’imprenditoria locale.

Direttore, come si riparte dopo una retrocessione e un ritorno nell’inferno della D?


«Prima di tutto aspettiamo il 30 giugno per capire quante saranno le formazioni che non s’iscrivono al prossimo campionato di Lega Pro. Lei mi dice che c’è soltanto la Sambenedettese a rischio? Può darsi, però specie al Sud i problemi vengono fuori anche all’ultimo tuffo. Credo che se almeno tre club saltano la Lucchese sarà tra le formazioni ripescate. E io me lo auguro con tutto il cuore».

Quali consigli si sente di dare al suo figlioccio Bruno Russo.

«Dico una cosa sola: per quello che ha fatto per la Lucchese andrebbe premiato dalle istituzioni. Nel 2011 e nel 2019 ha salvato questo glorioso club da due fallimenti ricostruendolo dalle fondamenta. Si è sbattuto per tutti come faceva da calciatore e questa retrocessione non se la meritava. La società in questa stagione avrebbe dovuto gettare le basi per consolidarsi. Invece....Certo è che tra la D e la C c’è un abisso e gli sponsor e il minutaggio da soli non possono bastare per reggere una categoria professionistica. Mi faccia dire una cosa che covo da tempo...».

Ci dica direttore.

«A proposito dell’imprenditoria lucchese. Io sono arrivato a Lucca ufficialmente nell’estate del 1987 e ho trovato due persone fantastiche come Egiziano Maestrelli e Aldo Grassi. Siamo arrivati in B, abbiamo vissuto momenti esaltanti e uno stadio con diecimila spettatori. Bene, in tutti quegli anni non ho mai visto un industriale locale, del cartario o della meccanica o di qualunque altro settore, chiedere di entrare per rafforzare la compagine societaria. Le porte erano aperte e con nuovi ingressi potevamo costruire una compagine in grado di disputare campionati di serie A. Invece al di là delle sponsorizzazioni sulla maglia e di qualche benefit una tantum, non c’è nessuno che ha messo una lira (gli euro sono arrivati dopo) nella Lucchese. E allora se il mondo del business locale volta le spalle al calcio, Russo può continuare a correre su e giù tra i palazzi del potere in cerca di aiuto, ma tornare ai fasti d’un tempo sarà impresa titanica. Se non viene gente seria da fuori, difficile da intercettare in questi tempi, non vedo soluzioni. Lo stadio? Certo che può essere la chiave di volta. A patto però che non si vada come sempre alle calende greche. Snellire la parte burocratica e nel giro di un anno, un anno e mezzo mettere almeno la prima pietra. Altrimenti...».

Direttore in questi giorni si era ventilata l’ipotesi di un suo rientro nella Lucchese.

«Guardi, lo dico sinceramente, io la serie D non la conosco. Non saprei dove mettere le mani. Mio figlio Lorenzo invece sa tutto. Dal 2012 ha maturato esperienze in categoria e adesso sta facendo benissimo all’Aglianese (la squadra è prima in campionato). Lui è il primo tifoso della Lucchese. Da bimbo veniva con me alle partite. Ma oggi ha 43 anni e non posso influire sulle sue decisioni future. Una cosa è certa: se al timone resta Bruno Russo qualcosa di buono succederà». —

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