Dal Sahara al Porta Elisa: Touray Kalifa fa gol alla vita

Il 18enne Touray Kalifa

Il 18enne del Gambia ha attraversato il deserto e il mare per arrivare in Italia. Lunedì sera è stato decisivo nella vittoria del GhiviBorgo al Settembre Lucchese

LUCCA. Dal deserto del Sahara al Porta Elisa, attraverso un viaggio fatto di speranze, paure, incontri con compagni di sventura. È questa la storia di Touray Kalifa, 18enne del Gambia che, nonostante la sua giovane età, ha già molto da raccontare. Il calciatore del GhiviBorgo è salito alla ribalta delle cronache del pallone nostrano in virtù del gol messo a segno lunedì sera allo Stadio Porta Elisa e della trasformazione del calcio di rigore decisivo che ha permesso alla squadra di Daniele Giraldi di vincere il trofeo Paolo Galli del Settembre Lucchese.

Lo stesso Kalifa, con un discreto italiano affinato nelle scuole superiori d’Italia, racconta la sua vita, il suo viaggio dall’Africa all’Italia e il suo rapporto con il calcio. Classe 1999, scopre subito una passione smisurata per il calcio: «Sono entrato presto in una scuola calcio e poi in un settore giovanile». Qui il ragazzo mette in mostra subito il suo talento: «Mi volevano diverse squadre africane, ho fatto diversi provini, ma c’erano tante difficoltà a spostarsi, ad allenarsi, tanti chilometri da percorrere a piedi per una partita o un allenamento. Questa fase della mia vita è andata avanti fino a quando, a tredici anni, fu consigliato a mio padre di portarmi in Europa, dove avrei potuto tentare la via del calcio professionistico. Mio padre, non sempre in accordo con mia madre, mi chiese: “Pagherò il viaggio con mille dollari per portarti in Europa, vuoi provare a giocare a calcio laggiù?”. Accettai, tra le lacrime di mia madre».


Il viaggio non fu semplice: per arrivare in Libia, ci sono da attraversare Mali, Senegal, Nigeria, Niger alternando tratti in pullman e a piedi, tra deserto e sosta forzate per riparare i mezzi di fortuna.

Dopo diverse settimane, l’arrivo in Libia, o meglio, nel sud della Libia: «I trasportatori non portano gli emigrati a Tripoli o sulle coste del mediterraneo, ma al confine di Stato. Per raggiungere la costa restano solo le proprie gambe. Il viaggio verso la vecchia capitale libica durò giorni, coratterizzati da sofferenze e tanta sete. Alla fine raggiunsi la città e fui messo in salvo da bombe e guerriglie grazie a un amico di famiglia che si mise in contatto con mio padre». Altri intoppi si sono frapposti prima del suo arrivo in Italia: «Per imbarcarsi, i traghettatori chiedono soldi e il compimento di almeno quindici anni di età. Ed ecco che rimasi in Libia per due anni, con questi amici di mio padre, dove sono stato accolto benissimo».

A quindici anni, il viaggio attraverso il Mediterraneo su un gommone: «Ho avuto molta paura per un buco alla base del gommone; fortuna era piccolo e con bottiglie d’acqua riuscivamo ad alleggerire il barcone, con cui abbiamo raggiunto le coste italiane». In quanto minorenne, Kalifa viene subito portato in un centro di accoglienza a Napoli, dove inizia una nuova vita: «Sono stato diversi mesi in comunità con altri minorenni; qui ho imparato l’italiano, mi sono iscritto alla scuola alberghiera e ho iniziato ad apprezzare l’Italia, la sua gente, il suo cibo. Soprattutto, mi sono rimesso in contatto con la famiglia: mia mamma mi dava ormai per morto».

Qui inizia a giocare al calcio: Kalifa può solo allenarsi perché manca la documentazione necessaria, rendendo inutili i provini con Casertana, Pomigliano, Benevento e altri settori giovanili campani. Le relazioni umane di Kalifa crescono e tanti a Napoli si affezionano a lui. Tra questi, l’assistente Gaetano (“ha organizzato una maxi festa per i miei diciotto anni) e Paolo Barbato, allenatore di diverse squadre campane: «La famiglia Barbato mi ha praticamente adottato, mi ha aiutato nella documentazione e nel trovare una squadra in cui posso giocare, ed è anche grazie a loro che sono al GhiviBorgo». Ogni tanto va a Cicciano (comune vesuviano dove abitano i Barbato) ma il GhiviBorgo gli offre vitto e alloggio (a Fornaci) e gli consente di proseguire a Barga gli studi alberghieri. «Sono felice, dedico il gol segnato in finale ai miei genitori, a chi mi ha voluto bene a Napoli e a Lucca e a mio fratello più piccolo, calciatore come me e che spero di portare in Italia».