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Tolentino, ora in quindici rischiano il posto. I possibli scenari

La prima manifestazione il 12 gennaio davanti allo stabilimento di Carraia e nella foto a destra il sindaco Menesini e l’assessora Frediani al presidio del 14 gennai

L’annuncio arrivato nel primo incontro tra azienda e rappresentanti dei lavoratori dopo l’avvio del piano di ristrutturazione

CAPANNORI. Quindici esuberi: questo il numero dei licenziamenti previsti nella riorganizzazione degli stabilimenti Tolentino di Carraia e Coselli per la lavorazione del tissue. È quello comunicato dall’azienda, lunedì pomeriggio, nel primo faccia a faccia con i sindacati. Un incontro che segue una prima comunicazione informale fatta il 5 gennaio ad alcuni componenti della rappresentanza sindacale, seguita dopo un paio di giorni da una prima dismissione degli impianti di Carraia e, a ruota, da due giornate di sciopero dei lavoratori accompagnate da altrettante manifestazioni dei lavoratori. Il piano, secondo quella comunicazione informale, prevedeva appunto la dismissione dei macchinari presenti nello stabilimento di Carraia. Questo per far posto a quelli che sarebbero stati trasportati qui dallo stabilimento di Coselli. Un’operazione che, venne detto in quell’occasione, avrebbe comportato una decina di esuberi.

Quel piano è stato confermato anche nel faccia a faccia di lunedì, tranne che in un punto, quello del numero degli esuberi: non dieci, ma quindici persone. Presenti all’incontro Pierugo Gambiera, capo del personale, Paolo Scattolon, responsabile degli stabilimenti di Lucca, Francesco Zago, amministratore delegato di Pro-gest (il gruppo trevigiano cui fa capo la Tolentino), l’avvocato Mario Andreucci e, a rappresentare i lavoratori, i sindacalisti Simone Tesi (Cgil), Massimiliano Bindocci (Uil), Fabio Guerri d (Cisl) e i sei componenti della Rsu.


«Sono stati confermati la chiusura di Coselli e il trasferimento dei macchinari a Carraia – spiegano i sindacalisti – verrà abbandonata la produzione di piegati mentre quella dei rotoli sarà portata da tre a due linee. Per quanto riguarda il personale è previsto un esubero di quindici unità: sette impiegati, sei operai, più altre due figure, e ci è stato detto che oggi (ieri per chi legge ndr) sarebbe arrivata la comunicazione formale dell’apertura della procedura di mobilità. Questa scelta ci è stata motivata con la necessità di far fronte a un calo delle marginalità, provocato dai maggiori costi energetici, e a un calo dei volumi di vendita. Al tempo stesso ci è stato assicurato che il macchinario dismesso non sarebbe stato trasferito in qualche altra azienda del gruppo, ma che sarebbe stato venduto». Un particolare quest’ultimo che dovrebbe smentire una volontà di disinvestire in Toscana a favore degli stabilimenti nel nord Italia.

Ma i sindacalisti non sono usciti soddisfatti: «Abbiamo convenuto di vederci il 3 febbraio e al momento siamo in attesa dell’apertura della procedura formale di mobilità – spiega Bindocci – questi numeri ballerini sui licenziamenti danno l’idea di un giochino al rialzo. Non ci è piaciuto il modo di agire dell’azienda, e non ci convincono le dichiarazioni di voler rilanciare lo stabilimento di Carraia. Anche perché appena un mese fa in un incontro con la famiglia Zago ai lavoratori era stato detto che andava tutto bene. Ma dopo quello che è successo, e dopo che non si è visto nulla degli investimenti promessi dopo l’acquisto degli stabilimenti la credibilità del nostro interlocutore è ai minimi termini». I sindacati si sono già rivolti alle istituzioni, Comune, Provincia e Regione, per chiedere sostegno. «Da parte dell’azienda – aggiunge Tesi – sono state evidenziate anche difficoltà a espandersi sul territorio, per delle limitazioni che non comprendiamo. A quanto ci risulta i piani urbanistici di Capannori dicono il contrario».

In serata, poi, è arrivata la nota congiunta dei sindacati: «È fondamentale una sponda istituzionale per limitare il tentativo di fare giochetti sulla carne viva delle persone – vi si legge – il numero degli esuberi prospettato alle luce delle intenzioni dichiarate è assolutamente spropositato, e gli impiegati non si comprende come possano essere coinvolti. Si tratta indubbiamente di un’altra azienda che viene sul territorio e porta via lavoro, riducendo organici ed impoverendo il comprensorio. Sono emerse anche situazioni da verificare anche in merito alla gestione degli appalti che potrebbe ridurre ulteriormente il numero degli esuberi. Come sindacato riteniamo che si debba intervenire per evitare di perdere posti di lavoro, ma cercare di fare un piano di rilancio che sia prospettive sul territorio, altrimenti il rischio reale è che si tratti di una prima ristrutturazione propedeutica a un ritiro del gruppo dal territorio».

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