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Da Lucca a Venezia sulle orme di Bertolucci

Tommaso Landucci

Il “Caveman” di Landucci sarà proiettato  alla Mostra internazionale del cinema

L’attimo fuggente, inteso come film capolavoro del regista Peter Weir, lui è riuscito a coglierlo. E sta facendo di una passione viscerale il proprio lavoro. E quando un uomo riesce a trasformare il suo principale interesse in una professione ha fissato un obiettivo importante nella sua esistenza. Un’impresa titanica in cui pochi riescono. Tommaso Landucci, 32 anni, lucchese doc, figlio di due insegnanti di materie scientifiche (Primo Landucci e Nicoletta Casentini) ha inseguito un sogno ed è riuscito a coronarlo. Da adolescente voleva fare il regista cinematografico e a settembre il suo primo documentario per il cinema dal titolo “Caveman” – prodotto da Marco Visalberghi per DocLab (Leone d’oro per “Sacro Gra” di Gianfranco Rosi) e da Ivan Madeo per Contrast Film – sarà presentato alle Giornate degli autori durante la settantottesima edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Non solo. Landucci, assieme al romanziere tedesco Damiano Femfert, è finalista del premio Solinas 2021, una sorta di premio Strega per la letteratura, che viene attribuito alla miglior sceneggiatura cinematografica.

Come nasce questa passione per il cinema? E come si diventa registi e sceneggiatori?


«Nasce nel periodo dell’adolescenza e inizia con l’acquisto di una piccola telecamera da 300 euro e qualche ripresa amatoriale. Il momento in cui ho giurato a me stesso che avrei fatto parte del mondo del cinema? Quando ho visto per la prima volta “L’attimo fuggente” di Peter Weir con Robin Williams, un film uscito nelle sale proprio nel mio stesso anno di nascita: il 1989. Quel “O Capitano! Mio capitano! ” (incipit di una poesia di Walt Whitman dedicata alla figura di Abramo Lincoln) e quell’invito a cogliere l’attimo mi ha dato il diritto di crederci. Così, dopo aver frequentato il liceo Vallisneri a S. Anna non ho perso un minuto in più: mi sono iscritto al corso di regia del centro sperimentale di cinematografia di Roma».

Dica la verità: come hanno preso questa scelta i suoi genitori?

«Inizialmente sono rimasti sorpresi, colpiti, quasi spaventati. Poi essendo persone fantastiche, aperte e intelligenti mi hanno supportato in tutto e per tutto. Anche perché alla prima selezione non mi hanno preso. Il corso dura tre anni e su alcune centinaia di domande inviate da aspiranti in ogni parte d’Italia sono soltanto sei le persone ammesse a frequentare la scuola. E la prima volta sono arrivato settimo. Non mi sono scoraggiato e nel 2011 ci ho riprovato. Secondo alla selezione e accettato al corso di regia sotto la direzione del maestro Daniele Luchetti (regista di film d’autore come “Domani Accadrà”, “il Portaborse”, “Arriva la bufera” e “Mio fratello è figlio unico”). Avevo presentato un cortometraggio dal titolo “Salim”, la storia di un ragazzo immigrato in Italia di fede mussulmana che per campare commette piccoli furti di portafogli. Scoperto e inseguito si rifugia e si nasconde in una chiesa cattolica. Ma la sera il portone d’ingresso viene chiuso e lui resta da solo e si nutre con il cibo della cristianità: le ostie consacrate e l’acqua della fonte battesimale. È piaciuto molto alla commissione. Il diploma è arrivato nel 2013».

L’esperienza con Giovannesi e Guadagnino e l’incontro con un maestro assoluto del cinema come James Ivory.

«Esperienze straordinarie e molto formative. Con Claudio Giovannesi nel 2012 ho lavorato come assistente alle riprese del film “Alì ha gli occhi azzurri” (premio speciale della Giuria al festival internazionale di Roma) e con Luca Guadagnino ho seguito la realizzazione dalla preparazione sino alla chiusura della post-produzione del film “A Bigger Splash”, presentato nel 2015 alla mostra internazionale del cinema di Venezia. Con Guadagnino ho partecipato da assistente a tutti i processi: scrittura, regia, produzione di un film internazionale. Nel 2017 poi l’incontro che mi ha cambiato la vita. A New York ho avuto il privilegio di avere un colloquio con James Ivory, 89 anni, nel 2018 vincitore di un Oscar alla migliore sceneggiatura non originale per il film “Chiamami col tuo nome”. È diventato il mio mentore e il produttore esecutivo del mio primo progetto di lungometraggio».

Come nasce Caveman, l’uomo delle caverne?

«Nasce nel 2018 e si basa sulla vera storia dello scultore-speleologo fiorentino Filippo Dobrilla che ha scolpito un’opera sul fondo di una grotta, l’abisso Saragato sulle Alpi Apuane nel comune di Minucciano, a settecento metri di profondità. Un uomo nudo sdraiato dell’altezza di quattro metri e mezzo interamente ricavato da un blocco di marmo di Carrara. In molti erano convinti che si trattasse di una leggenda, che non fosse possibile realizzare una statua simile a quella profondità. Io ho voluto toccare con mano. Sono un grande appassionato della montagna (oltre che della corsa, è iscritto al gruppo sportivo Lucca Marathon) e divoro i libri di Messner e Bonatti. Così, munito di corde, sono sceso giù assieme a Dobrilla e ho documentato questa meravigliosa opera unica nel mondo. Dieci ore per scendere e diciotto per risalire in superficie. Purtroppo durante le riprese, durate due anni, il maestro si è ammalato di cancro e in sette mesi è scomparso. Caverman, che sarà presentato nelle notti veneziane alla mostra del cinema, è il manifesto della vita di un artista libero e appassionato. Il film verrà distribuito da Deckert ed è stato finanziato attraverso il Mibac, la Toscana film commission, il Lazio Cinema International con il supporto di Filmcoopi, Rsi e di fondi svizzeri. Il costo? Intorno ai 250-300 mila euro».

Dove vive e quali sono i suoi registi e attori di riferimento?

«Ora abito a Milano con la mia compagna Rebecca che mi sopporta da sei anni e mezzo. Il mio cinema di riferimento è quello degli anni Settanta e il mito assoluto Bernardo Bertolucci, un gigante inarrivabile. Sono appassionato dei film di Paul Thomas Anderson (Il Petroliere, Il filo nascosto) mentre tra gli attori mi piacerebbe dirigere Luca Marinelli (ha interpretato la fiction tv su Fabrizio De André) e l’immensa Stefania Sandrelli. Pensi che continuo a rivedermi il suo primo film da protagonista: «Io la conoscevo bene» del 1965. La sua interpretazione dovrebbe essere mandata a memoria dalle aspiranti attrici». –

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