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Coronavirus, il sindaco di Lucca: «Sapevo di poter morire e pensavo ai miei figli»

Del Covid porta i segni. Ma oggi quello che lo preoccupa di più è la piega che la pandemia sta prendendo, anche sul suo territorio

Un nanosecondo e quelle settimane trascorse con il Covid sono tutte lì, davanti agli occhi, come se fosse ieri che l’incubo è terminato. Oggi però, con la pandemia ancora in atto e i casi che tornano a moltiplicarsi, quello che lo spaventa di più è la percezione di una sorta di anarchia. «Ravviso una grande sottovalutazione della presenza del virus – dice il sindaco Alessandro Tambellini, guarito dal Covid a maggio 2020 – e un’informazione senza controllo. Ognuno dice quello che pensa e le parole di ognuno assumono il medesimo valore».

Il sindaco parla seduto alla sua scrivania in Palazzo Orsetti. Del Covid porta i segni. Ma oggi quello che lo preoccupa di più è la piega che la pandemia sta prendendo, anche sul suo territorio.


Sindaco, cosa ricorda di più dell’esperienza del Covid, del periodo in cui è stato ammalato?

«La ricordo come un’esperienza complessa. Mi sono ammalato io, si è ammalata mia moglie. I nostri figli no, per fortuna, ne sono rimasti fuori. Da marzo, quando sono risultato positivo, abbiamo mangiato a pranzo insieme la prima volta a metà maggio. In quella fase l’infezione era complessa e poco conosciuta e non si sapeva ancora bene cosa dover fare».

Quanto tempo è rimasto in ospedale?

«Dodici giorni, con l’ossigeno al massimo grado. Non sono stato intubato, ma ugualmente non è stata davvero una passeggiata. A distanza di tempo, adesso, dai controlli e accertamenti che continuiamo a svolgere, io e mia moglie rientriamo nella categoria dei “cartavetrati”, così ci hanno detto i medici, perché i nostri polmoni sono pieni di cicatrici. Io personalmente mi porto dietro ancora un’insufficienza renale a causa del Covid. Ma sono contento di essermi salvato. Ho visto scomparire, a causa del virus, tante persone intorno a me: parenti, amici, conoscenti».

Quali erano i pensieri che le attraversavano la mente quando era ricoverato al San Luca?

«Eravamo nella prima ondata della pandemia. Ho provato una grandissima solitudine durante il ricovero in ospedale, anche per avere interrotto così bruscamente una vita molto frenetica. È stato un momento in cui fermarsi e riflettere. Quando si sta bene di salute, sembra di stare in una dimensione costante e immodificabile, proiettati in un futuro di cui non si vede la fine. Invece le situazioni possono mutare in pochi attimi. E lì riesci a ripercorrere tutta la tua esistenza. Pensi a quanto hai fatto e ti domandi se abbia un valore, ti interroghi su quanto ti sei dedicato alle cose importanti e quanto alle sciocchezze e pensi anche che quello che facevi potresti non poterlo fare più»

Durante il ricovero ha mai avuto paura di morire?

«Ho pensato di poter morire, certamente, ma soprattutto ho pensato a quanto i miei figli fossero impreparati a una mia possibile morte. Dall’ospedale infatti ho cercato di mettere tutte le cose a posto, nell’eventualità che fosse accaduto. Ma a parte l’amore e la preoccupazione verso mia moglie e i miei figli, l’idea della morte non mi ha mai particolarmente spaventato. Ho visto che può accadere, ma proprio queste circostanze ci devono far capire che non si vive in eterno. In quei giorni in ospedale ho fatto anche una profonda riflessione sul piano della vita collettiva. Nei momenti di crisi bisognerebbe riuscire a tirare fuori il meglio e cambiare ciò che non va».

Secondo lei è andata davvero così, la pandemia ha insegnato qualcosa?

«A distanza di un anno, non so se abbiamo tirato fuori il meglio. Sinceramente mi pare di no. Dopo i primi momenti in cui è stato forte il senso di solidarietà, oggi mi pare che quei principi si siano rarefatti. E poi percepisco sottovalutazione del problema e della situazione che viviamo».

In che senso?

«Noi siamo abituati a rivolgerci ai professionisti per sapere come muoverci in ambiti specifici. Ecco, alla luce di questa pratica comune, mi domando perché oggi molte persone debbano ritenere che la medicina e la ricerca non siano affidabili quando si parla di comportamenti per evitare la diffusione del virus e di vaccini. Invece medicina e ricerca vengono messe in dubbio e si citano idiozie come presunti modelli: non ci rendiamo conto che un atteggiamento di questo genere equivale ad affossare la civiltà. Idiozie come dire che il Covid non esiste ma esistono chissà quali disegni, oppure che si finge un’epidemia perché ci sono case farmaceutiche che devono vendere i propri prodotti, o altro ancora. Non ci accorgiamo che ignorando i risultati scientifici nella battaglia contro il virus creiamo solo disordine e il sistema che abbiamo accreditato, basato sulla scienza e sulle valutazioni statistiche, va fuori controllo e tutte le stupidaggini hanno buon gioco».

Cosa pensa del Green pass? Molti ritengono che sia una limitazione della libertà individuale.

«Ci sono molte cose che limitano la libertà. Ad esempio, quando parcheggio la mia auto, lo faccio osservando delle precise regole; al semaforo mi fermo, le tasse le devo pagare. Sappiamo che il Green pass è una forma di controllo per non attentare all’incolumità degli altri oltre che di se stessi. Perché è così: chi non si vaccina può contrarre il virus e veicolarlo ad altre persone. È il potenziale distruttivo che abbiamo che è complesso: c’è chi non se ne accorge e chi muore. Questo dato è rilevante: il perdurare della situazione di incertezza non fa bene nemmeno alla situazione economica. Questa anarchia dei comportamenti può avere effetti negativi sulla salute e sulla conduzione della nostra vita, singola e collettiva».

Lei è vaccinato, sindaco?

«Certamente, prima e seconda dose già fatte. E invito tutti a fare altrettanto».

Ma molte persone continuano a rifiutare di vaccinarsi, anche in questo territorio della Lucchesia. Qualcuno anche per paura di riportare conseguenze dalla vaccinazione.

«Io sono stato vaccinato contro il vaiolo, la poliomelite e altre malattie. Io come milioni di persone. La varietà umana è vasta ed è possibile che si possa trarre conseguenze negative da un vaccino. Ma la casistica è bassa, bassissima, pari a frazioni di zero. Invece il beneficio personale e collettivo è incommensurabile rispetto al potenziale danno che se ne potrebbe riportare».

Dalle sue affermazioni, emerge che per lei vaccinarsi è un obbligo morale oltre che per tutelare la propria salute.

«Sì. E penso anche che gli Stati dovrebbero fare di più per vaccinare le popolazioni in difficoltà. Dovremmo cogliere questa occasione della pandemia per adeguare il nostro sistema sanitario a esigenze come quelle a cui dobbiamo fare fronte adesso. Dal 1992 si parlava di prepararsi a una possibile epidemia. Nonostante ciò, abbiamo abdicato allo studio delle modalità di tracciarla». —

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