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Federico Carrara e il virus: «La videochiamata prima di intubarmi, gli angeli custodi e la riabilitazione»

I mesi in ospedale a Lucca, la paura e la lunga e complessa guarigione: parla il sindaco di Montecarlo

Quando aveva lasciato quella scrivania pensava che sarebbe stato per pochi giorni. Invece sono passati quattro mesi prima che Federico Carrara, sindaco di Montecarlo, potesse tornare nel suo ufficio al primo piano del municipio. Ancora porta i segni della malattia che lo ha colpito a inizio febbraio, e non li porta tanto su di sé, quanto piuttosto dentro di sé, nel suo animo. Lo dimostra la difficoltà a trattenere l’emozione nel raccontare la sua lunga e orribile esperienza con il coronavirus.

Eppure, all’inizio, dopo il tampone positivo, la situazione non sembrava così preoccupante. Cosa è successo dopo?


«I primi giorni successivi a quando mi è stato diagnosticato il virus sono trascorsi tranquillamente. Avevo pochi sintomi, addirittura non ho mai avuto la febbre. Mi sono messo in isolamento ma ho continuato a lavorare da casa, a fare videoconferenze, riunioni telematiche e così via. Poi, però, sono cominciati i primi problemi respiratori e ho subito iniziato le cure che mi erano state indicate dal mio medico di famiglia. Ma quella difficoltà a respirare cresceva sempre di più e la notte di domenica 7 febbraio ho dovuto chiamare il 118. Da allora sono rimasto per tre mesi in ospedale: un mese e mezzo a Lucca, fra terapia intensiva e sub intensiva, e poi dal 22 marzo sono stato trasferito in terapia sub intensiva a Volterra per un altro mese e mezzo. Quindi ho dovuto trascorrere un altro mese a casa per fare il recupero prima di tornare in Comune».

Adesso come si sente?

«Ancora oggi devo continuare ad andare in palestra per fare riabilitazione. Nella sua fase più acuta il virus mi aveva provocato danni motori e, parzialmente, problemi anche agli arti superiori. Poi, oltre alla polmonite bilaterale, ho avuto anche tanti altri problemi, dall’insufficienza renale alle emorragie interne. Quando sono andato a trovare il personale del San Luca, per ringraziarlo per avermi salvato la vita, i medici mi hanno detto che il mio era stato uno dei casi più complicati che avessero affrontato».

Questo, oltre che per lei, deve essere stato un periodo terribile anche per le persone vicine. Come hanno vissuto questi mesi i suoi familiari?

«Per tutto questo periodo la mia famiglia ha mostrato una grande forza. I contatti non erano possibili e l’unico modo per avere notizie era rappresentato dalla telefonata che, ogni giorno, veniva fatta dall’ospedale per aggiornare i miei familiari sulle mie condizioni di salute. E se quella telefonata tardava un po’, la preoccupazione cresceva, sorgevano mille pensieri e c’era la paura che potesse essere successo qualcosa».

Già, la paura. Deve essere stata una presenza costante, ma c’è stato qualche momento particolare in cui si è fatta ancora più forte?

«Al momento di intubarmi: prima di fare quell’operazione mi hanno fatto fare una videochiamata a casa. È stato un momento carico di emozione: quella chiamata rappresentava un saluto che poteva essere l’ultimo. E per tanti, purtroppo, lo è stato davvero. E poi c’è stato un altro momento di grande paura, vissuto in quel caso da mia moglie e che rende l’idea dello stato d’animo di quei giorni».

Ce lo può raccontare?

«È successo tutto quando, finalmente, hanno dato l’opportunità a mia moglie di potermi far visita. Quando l’hanno chiamata a casa per dirle che poteva venire a trovarmi, ha subito pensato al peggio, che l’avessero chiamata perché era successo qualcosa. Un pensiero che l’ha accompagnata per tutto il viaggio, da casa all’ospedale. Invece erano solo cambiate le disposizioni e le era stata data la possibilità, con tutte le protezioni del caso, di venirmi davvero a trovare. È stato un grande sbalzo di emozioni».

Prima, parlando di quando è andato a trovare il personale del San Luca, le si è rotta la voce dall’emozione. Che ricordo le è rimasto di quelle persone?

«Stiamo parlando di coloro che per un mese e mezzo sono stati i miei angeli custodi. Miei e di tante altre persone. Infermieri, medici. Tutti loro hanno fatto un lavoro eccezionale, e non solo con me. Incontrarli nuovamente è stata una grande emozione. Un’emozione reciproca: anche per loro il fatto di rivedermi lì, come persona guarita, ha rappresentato una sorta di grande vittoria. Perché in molti purtroppo non ce l’hanno fatta. Io sono guarito, però ho perso tanti amici per colpa di questo virus maledetto, e il mio pensiero va anche a loro».

Montecarlo come ha vissuto questo periodo?

«Beh, a questo proposito ho tanti ringraziamenti da fare. Ai miei concittadini, che hanno dimostrato una grande sensibilità, chiamando e scrivendo continuamente alla mia famiglia, per chiedere come stavo. Anche così mi hanno dato una mano a superare questi momenti difficili. Per quanto riguarda il Comune, devo dire che la mia squadra, il mio vice sindaco Marzia Bassini, e tutti gli assessori e i consiglieri hanno svolto un gran lavoro. Come lo hanno svolto tutti i dipendenti municipali: hanno fatto funzionare la macchina comunale nonostante tutte le difficoltà legate al Covid, cercando di tenere gli uffici aperti anche nei momenti più duri, per rispondere alle esigenze dei cittadini».

E il rientro?

«L’accoglienza è stata meravigliosa. Qualche sera fa è stata organizzata la tavolata della Misericordia, per ricordare Mario Davini, il governatore recentemente scomparso, e in quell’occasione mi è stato consegnato il riconoscimento di “personaggio della comunità”. Devo dire che è stato un momento emozionante».

Ha qualcosa da dire a chi oggi si oppone ai vaccini?

«Il mio invito è quello a vaccinarsi, perché al momento è comunque l’unico rimedio per cercare di contenere i contagi. Poi è chiaro che la volontà personale deve essere rispettata, posso capire che vi sia chi ha delle perplessità. Ma credo che il vaccino sia la strada più percorribile per uscire dalle conseguenze sanitarie, sociali ed economiche che potrebbero trascinarsi per anni. A casa mia si sono vaccinati tutti e, appena potrò farlo, provvederò a vaccinarmi anch’io. La situazione resta preoccupante, le ultime tendenze indicano un nuovo aumento dei contagi, e non vorrei che a settembre ci ritrovassimo ad attraversare brutti momenti come in passato. Bisogna tornare alla normalità ma non abbassare la guardia, per evitare di ritrovarsi nel caos».

Soprattutto sui social si assiste a una sorta di polarizzazione politica sul modo di affrontare il virus. Lei, sindaco di una lista civica appoggiata dal centrodestra, come giudica questo dibattito?

«Sono sciocchezze. In casi come questo bisogna lavorare assieme, come del resto abbiamo fatto qui a Lucca. Noi sindaci della Piana abbiamo collaborato, operato in modo congiunto per affrontare la pandemia. Anche perché il virus non guarda alle tessere». —

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