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Falsifica il test di paternità per far credere che il figlio sia di un ricco imprenditore

Lucca: la Corte d'Appello ordina di dare al piccolo il nome della madre

LUCCA. Per nascondere al compagno la verità sulla reale paternità del figlio ritira i risultati di laboratorio e falsifica il test del dna fotocopiando l’originale, modificando a penna i numeri riportati e usando una calligrafia completamente diversa da quella dei sanitari.

Ma l’uomo, un quarantenne imprenditore della Lucchesia, si accorge della manomissione, chiede e ottiene chiarimenti dal centro di analisi che aveva eseguito la ricerca e a quel punto, su consiglio della sorella, intenta una causa civile nei confronti della donna ottenendo – sia in primo grado nel 2019 che in Corte d’Appello a Firenze lo scorso maggio – il disconoscimento della paternità. Quel bambino non è suo figlio. E l’ormai ex compagna, originaria dell’Europa dell’Est, alla fine viene sottratta al beneficio del gratuito patrocinio e condannata al pagamento di quattromila euro di spese di giudizio per l’infondatezza della domanda di appello.


Una vicenda che ha davvero pochi precedenti in Lucchesia e che inizia nel 2018, un anno dopo la nascita del bambino. L’imprenditore, assistito nei vari gradi di giudizio dall’avvocato Lorenzo Neri, inizia a sospettare della fedeltà della convivente. E comincia a insinuarsi in lui il tarlo del dubbio di essere davvero il padre del piccino.

Così il 15 aprile 2018, all’insaputa della compagna, acquista un apposito kit, preleva un campione di saliva del bimbo che invia, assieme al suo, a un laboratorio di analisi di Ascoli Piceno affinché venga effettuato il test del dna. Il risultato è uno choc per l’imprenditore: dai marcatori genetici emerge un’ipotesi di paternità pari allo zero. Quel risultato viene mostrato alla compagna che giura che quel figlio è frutto del loro amore e convince l’imprenditore a sottoporsi a un nuovo test di paternità, nel giugno 2018, in una struttura più qualificata: il laboratorio di genetica forense dell’istituto di medicina legale di Pisa. Ma stavolta è la donna ad andare a ritirare le analisi. Il risultato è il medesimo: quel bimbo non è figlio dell’imprenditore lucchese. Così fotocopia l’originale, che poi provvede a distruggere, e lo modifica.

La parola “incompatibile” diventa “compatibile”, gli spazi tra una lettera sono eccessivi, i numeri vengono modificati a penna, la calligrafia usata per apporre la firma è completamente differente da quella originale, manca l’attestazione di conformità. La donna è convinta di farla franca e consegna al compagno la busta con il risultato del test di paternità. Ma quando la fiducia in una coppia viene meno è difficile prendere per buoni una serie di fogli con molte anomalie. Così l’imprenditore invia una mail alla direttrice del laboratorio di Pisa per chiederle di inviare per pec il risultato del test del dna. Scopre così che la compagna lo ha ingannato e che il responso è identico a quello del laboratorio marchigiano.

A quel punto, dopo essersi consigliato anche con la sorella interessata in considerazione dell’asse ereditario, si rivolge al tribunale di Lucca per il disconoscimento della paternità. Nel 2019 il giudice Enrico Fontanini stabilisce che il bimbo non è figlio dell’imprenditore e ordina all’ufficiale di stato civile del Comune di procedere all’annotazione della sentenza a margine dell’atto di nascita, con rettifica del cognome e condannando la donna al pagamento delle spese. Nel corso di tutto il procedimento l’interesse del minore viene tutelato dall’avvocato Benedetta Di Grazia. Nel frattempo la donna dell’Est, che oggi vive con il figlio e un nuovo compagno, presenta appello e un mese fa la prima sezione civile della Corte d’Appello di Firenze (giudici Isabella Mariani, Giovanni Sbambati e Lucia Faltoni, relatrice) conferma la sentenza di primo grado. Oltretutto la madre non invia memorie.

Nelle conclusioni i giudici scrivono che la donna «ha agito con evidente malafede». —

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