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L'infettivologo Luchi: «Potremmo doverci vaccinare anche nei prossimi anni»

Il Dottor Sauro Luchi, direttore di Malattie infettive e Epatologia dell'ospedale S. Luca di Lucca

Le ultime ricerche e gli scenari della pandemia analizzati dall'esperto dell'ospedale San Luca di Lucca

Lucca protagonista di uno studio finalizzato a dare risposta ai tanti interrogativi che ancora si muovono attorno al Covid: perché, ad esempio, in alcuni soggetti la malattia si sviluppa in forma grave e in altri no? C’è forse una predisposizione genetica? Lo studio è promosso dall’università di Siena e sul nostro territorio coinvolge come “sperimentatore principale” l’infettivologo Sauro Luchi, responsabile del reparto di Malattie infettive dell’ospedale San Luca, quello per intenderci, in cui arrivano i pazienti Covid. Con lui parliamo di questa ricerca ma anche di vaccini, dei monoclonali e degli orizzonti d’attesa. Andiamo con ordine.

Dottore, cosa indaga lo studio in cui siete inseriti?


«Si tratta di un lavoro finalizzato a identificare le basi genetiche che determinano la variabilità clinica del Covid. In parole più semplici, perché gli effetti della malattia variano in maniera significativa da un soggetto all’altro. Oggi sappiamo che l’età, l’obesità, il diabete, le malattie di cuore, l’ipertensione sono “fattori di rischio”, ovvero sono caratteristiche che permettono di prevedere un’evoluzione sfavorevole nel soggetto che ne è affetto. Eppure, ci sono passaggi non ancora chiari: ad esempio, capita di vedere soggetti che pur presentando diversi fattori di rischio non sviluppano una forma grave della malattia, mentre a volte ci sono soggetti piuttosto giovani, normopeso e in salute che finiscono in terapia intensiva».

Come si svolgerà lo studio?

«Lo studio coinvolge 40 centri sparsi sul territorio, con l’università di Siena a fare da promotrice. Si arruoleranno 2.000 volontari: verrà prelevata loro una fiala di sangue che sarà poi inviata a Siena e successivamente a un istituto finlandese che si occuperà del sequenziamento genico. A Lucca abbiamo il compito di coinvolgere cinquanta soggetti guariti dal Covid. Visti i tanti casi registrati in queste settimane non c’è stata difficoltà nel reperire volontari. Per sedici di loro la fiala di sangue è già stata inviata, mentre quella di altri 33 guariti è stoccata e sarà spedita nei prossimi giorni. L’obiettivo è capire se ci sono fattori genetici che favoriscono lo sviluppo della cosiddetta “tempesta citochimica” che ha un ruolo fondamentale nel determinismo della malattia».

Dottore, facciamo anche un punto sull’evoluzione della pandemia.

«Per natura sono un moderato ottimista. I contagi calano così come i ricoveri: al San Luca ora abbiamo solo una quarantina di pazienti. E poi la campagna vaccinale sta andando avanti, abbiamo un terzo della popolazione che ha ricevuto la prima dose e circa sei milioni di italiani che sono già entrati in contatto con la malattia e sono poi guariti. Sono numeri che cominciano a essere importanti anche se per stare tranquilli dovremo arrivare a coprire almeno i due terzi della popolazione e ci vorrà ancora un po’ di tempo».

Parliamo della campagna vaccinale: a Lucca si è sviluppato un dibattito sull’opportunità di aprire un grande hub al Polo fiere per aumentare le somministrazioni. Si è fatto un’opinione?

«Non è questione di mia competenza per cui preferisco non esprimermi. Mi pare, però, che la Toscana non sia una delle Regioni più avanti nella campagna vaccinale. Altre stanno facendo meglio».

Tornando all’obiettivo dell’immunità di gregge, lei faceva riferimento alle persone che hanno già avuto la malattia. Sono davvero al riparo da nuove infezioni?

«Casi di reinfezione possono accadere e li abbiamo visti anche qui, soprattutto quando è passato molto tempo dal primo contagio. Per chi è guarito dal Covid il protocollo prevede una sola dose di vaccino perché si ritiene che in qualche modo l’organismo sia già in grado di fornire già una risposta immunitaria che consente di non sviluppare la malattia in forme gravi. Direi che i contagiati della seconda e della terza ondata, ovvero coloro che hanno preso il virus a fine 2020 e a marzo 2021, al momento sono “coperti”».

L’altro grande interrogativo riguarda i vaccini: quanto dura la loro protezione?

«Di sicuro tra i nove e i dodici mesi ma probabilmente anche molto di più. Il problema è che non lo sappiamo. Questi vaccini non sono mai stati usati in precedenza. Gli studi in corso si basano sulla risposta fornita dall’organismo delle persone immunizzate per prime, ovvero qualche mese fa. Per ora i riscontri sono positivi ma una risposta definitiva a questa domanda non c’è».

Quindi come si procederà?
«Si continueranno a studiare la durata della copertura, ma non escludo che il vaccino per il Covid possa avere una sorte analoga a quello per l’influenza, che ogni anno viene aggiornato sulla base dei ceppi prevalenti dell’infezione. È un po’ quello di cui si sta discutendo per le varianti. Al momento non c’è questa esigenza: gli ultimi studi in materia e l’esperienza del Regno Unito e di Israele dimostrano che non c’è un problema di resistenza al vaccino neppure per la variante indiana. Che, per inciso, su Lucca non è mai stati tipizzata. E poi chiariamoci: non si tratta di fare tutto da capo. Il vaccino esiste già e funziona. Bisognerà solo modificarlo in base alle esigenze. Un’operazione, che soprattutto nel caso di Pfizer e Moderna, vaccini di nuova generazione detti anche a “Rna messaggero”, non prende molto tempo».

In ospedale avete ricoverato pazienti già vaccinati?

«No, perlomeno non persone che avevano fatto entrambe le dosi. È capitato di avere soggetti che qualche giorno dopo la prima dose hanno scoperto di essere positive. Ma probabilmente al momento della vaccinazione avevano già il virus in fase di incubazione. I vaccini sono efficaci: gli ultimi studi dimostrano che solo nel dieci per cento dei casi non proteggono dall’infezione e lo abbiamo visto anche con alcuni operatori sanitari vaccinati ma di nuovo infettati. In ogni caso il vaccino mette il soggetto al riparo dal rischio di sviluppare una forma grave della malattia, che è cosa ben diversa da una semplice infezione».

State sperimentando anche gli anticorpi monoclonali: quali sono i risultati?

«Buoni. Li abbiamo somministrati a più di venti di pazienti e nessuno di questi ha avuto bisogno del ricovero in ospedale. Però ci sono studi fatti all’estero che dimostrano una minore efficaci sulla variante sudafricana e brasiliana».

Dottore, anche la scorsa estate sembrava che il peggio fosse alle spalle e invece sono arrivate due nuove ondate. Il prossimo autunno come se lo immagina?

«È una domanda difficile ma stavolta credo davvero che siamo vicini all’ultimo miglio. Se entro l’estate si arriva all’immunità di gregge il peggio sarà passato. Ben intenso: ciò non significa che non sentiremo più parlare del Covid. Come ho detto prima probabilmente dovremo farci i conti ancora per qualche anno. E il prossimo autunno avremo dei nuovi casi: un po’ perché non tutti saremo vaccinati, e un po’ perché la copertura offerta dai vaccini, seppur elevata, non è totale. Ma se almeno il 70 per cento delle persone saranno immunizzate i contagi resteranno circoscritti. Togliere le mascherine? È ancora presto. Soprattutto al chiuso è opportuno indossarle e mantenere le distanze. I “coperti” sono ancora pochi e, ormai lo sappiamo, questo virus non scherza». —

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