Il presidente di Federalberghi Lucca: «I mutui diluiti in 30 anni sono meglio dei ristori»

Pietro Bonino è presidente di Federalberghi Lucca sindacato della Confcommercio

La ricetta di Pietro Bonino, titolare anche di due strutture, per la ripartenza del settore alberghiero

Sono vuoti quasi tutti i 1.500 posti letto degli hotel, dove si presenta, prenotando all’ultimo istante, quasi esclusivamente gente che viene a Lucca per motivi di lavoro. E nel weekend gli albergatori non vedono nemmeno questo tipo di clientela.

Il quadro per gli altri tipi di strutture ricettive (bed and breakfast, case vacanza e via dicendo) non è più confortante: molti proprietari e gestori, in assenza di prenotazioni, hanno cercato di tornare agli affitti tradizionali o alle locazioni legate allo smart working. Una rivoluzione per centinaia di attività, in parecchie delle quali, nei periodi di maggiore afflusso turistico, si era arrivati anche a vendere le stanze a giornata. Non soltanto per il periodo dei Comics.

Come uscire da questo incubo portato dalla pandemia da coronavirus? Pietro Bonino, presidente provinciale della Federalberghi Confcommercio e titolare di due alberghi nel centro storico di Lucca, “Alla Corte degli Angeli” e “San Martino”, indica una sola strada: riaprire e ripartire.

Presidente, ci sono state chiusure di attività in questo anno di restrizioni?

«Gran parte degli alberghi si sono fermati, per assenza di prenotazioni. Ma con grande affanno titolari e gestori cercano di resistere. Però siamo allo stremo, se il lavoro non riprende la categoria è in ginocchio. Non mi risultano cessazioni di attività, ma devo dire “al momento”. Se non si torna a circolare, a far girare le aziende, gli esercizi commerciali e i soldi, saranno parecchie le gestioni che non ce la faranno ad aspettare ancora».

Lei tiene aperto uno dei due alberghi. Per quale clientela?

«Intanto chiarisco che, quando va bene, arriviamo ad occupare sì e no un terzo delle camere. Arrivano persone che devono essere qui per lavoro, non certo per turismo. E prenotano con un anticipo minimo. Non per il fine settimana: il sabato e la domenica possiamo chiudere. Ci arrivano comunque prenotazioni per il mese di settembre, ma se le restrizioni non dovessero cessare o fossero reintrodotte, chi ha prenotato approfitterebbe della clausola della cancellazione gratuita. La realtà è che navighiamo a vista».

Quanto incide sui fatturati questo stato di cose?

«Posso fare l’esempio della mia attività. Ha perso un milione di euro, a fronte dei quali è arrivato per il 2020 un ristoro di cinquantamila euro. Ovviamente insufficienti anche per coprire le spese. Forse il governo non può fare di più. Non ci sono le risorse. Ma allora mi chiedo perché, invece di insistere con i ristori che inevitabilmente sono esigui, non si punti invece sulla sospensione della tassazione e su concrete agevolazioni per le imprese da parte del sistema bancario?».

In concreto cosa propone?

«Il governo garantisce i mutui per l’80 per cento dell’importo, ma quei soldi vanno restituiti in un periodo che varia tra i sette e i dieci anni. Non solo, l’ammortamento è di un solo anno, poi bisogna cominciare a pagare le rate. Ma in dodici mesi gli albergatori non ce la possono fare a recuperare e a cominciare a pagare i ratei del prestito ricevuto. Il mutuo dovrebbe essere diluito in trenta anni e l’ammortamento dovrebbe essere di tre anni. Un provvedimento del genere sarebbe assai più efficace delle elemosine che arrivano con i ristori. Inoltre, in questo modo, lo Stato spenderebbe meno. Resterebbe comunque da superare il limite di una politica creditizia che concede mutui solo a chi dimostra, attraverso i fatturati pre-Covid, di essere in grado di restituire la somma avuta, quando il lavoro riprenderà».

Credito a parte, come fate a pagare le tasse nazionali e locali

. «Intanto c’è chi non ha più disponibilità e comincia a non pagare. Come si fa a non rendersi conto che se un’attività non incassa non può nemmeno coprire le spese fisse e ordinarie? Però il versamento dell’Imu è sospeso solo per gli albergatori proprietari dell’immobile e non per i gestori. Anche se non lavorano da un anno, devono pagare affitto e mutui. Non va meglio per i balzelli locali. È sospesa la tassa di soggiorno, che peraltro è una partita di giro, ma rimangono altri salassi. Su tutti la tariffa per la raccolta dei rifiuti. Sistema Ambiente l’ha ridotta soltanto del 20 per cento, non in base alla effettiva produzione di immondizia. Nel corso del 2020 abbiamo lavorato quattro mesi su dodici. Non credo andrà meglio quest’anno. Ma l’azienda dei rifiuti ha deciso di stabilire per il 2021 la riduzione della tariffa a forfait. Sono già arrivate le cartelle per pagare l’anticipo, si tratta di cartelle per migliaia di euro. Non tutti, purtroppo, ce la fanno a versare quanto preteso dall’azienda. Nonostante tutto, gli albergatori sono obbligati a rispettare comunque i tempi per una miriade di lunghi e costosi adempimenti, legati in particolare all’igiene e alla sicurezza, tutti obblighi che non gravano su altri tipi di strutture ricettive».

La vostra categoria ha protestato più volte per la concorrenza sleale e l’abusivismo dilagante. Quali risultati hanno dato le iniziative concordate anche con la Camera di Commercio, il Comune e la Guardia di Finanza per stanare i furbetti degli affitti al nero, che non versano nemmeno la tassa di soggiorno?

«Qualche posizione è stata sanata, qualche attività nascosta è venuta alla luce. Ma a far cessare quasi completamente il fenomeno è stata la pandemia. Piccole strutture che vendevano le camere ormai anche a giornata, pur non essendo alberghi, non hanno più trovato clientela. Chi voleva mettere a frutto un immobile è dovuto tornare necessariamente agli affitti tradizionali, quelli di lunga durata».

Come fate a garantire un reddito al personale?

«I dipendenti per ora sono in cassa integrazione. Ma tenga presente che ricevono il 65 per cento della busta paga, il che significa che lavoratori che percepivano 1.200 euro al mese si vedono arrivare 8-900 euro. È chiaro che hanno difficoltà enormi anche a coprire le spese familiari. Molti vengono a chiederci acconti e, se possiamo, cerchiamo di aiutarli. Ma purtroppo tanti albergatori non ce la fanno nemmeno a sostenere le loro spese».

A differenza di altre città d’arte, come ad esempio Ferrara, la vostra categoria non ha mai varato per Lucca una promozione globale basata su pacchetti tutto-compreso, dall’albergo, al ristorante fino ai musei. Avete pensato a una soluzione del genere per quando arriverà l’attesa riapertura?

«Lucca è una città turistica. Se la gente può girare e ha soldi, non riteniamo ci sia bisogno di spingere su promozioni che abbassano troppo i prezzi e sviliscono la qualità dell’offerta. La vera e naturale promozione è la ripresa della vita normale e, con essa, il ritorno di eventi e manifestazioni di grande richiamo. Ma a Lucca la gente viene comunque. Basta che ci possa arrivare». — RIPRODUZIONE RISERVATA