«Ciao rivoluzionario Maestro “Franco”: ciò che ci hai insegnato è rimasto in noi»

Nel giorno dell’addio a Francesco Petrini, dirigente scolastico in pensione e uomo di cultura, ecco il ricordo dei suoi alunni degli anni Sessanta 

LUCCA. È il 1967. Mastiano, un paesino sulle colline lucchesi. Due bar, un barbiere e un falegname, alcuni frantoi per l’olio di oliva. La principale autorità è il parroco. La scuola è nuova, non ha neanche dieci anni. I ragazzi sono numerosi e formano due pluriclassi: prima e seconda in un’aula, terza, quarta e quinta nell’altra. La gran parte sono figli di contadini e di qualche operaio. La loro strada sembra segnata: scuola dell’obbligo e poi un lavoro, quale che sia.

È il primo giorno di scuola. Qualcuno ci dice che quest’anno a insegnarci non avremo una maestra, ma un maestro. Proprio quello che l’anno passato ci aveva fatto qualche giorno di supplenza e “terrorizzati” con la disciplina. Sgomento. Il maestro arriva. È giovane e risoluto, come lo ricordavamo. Si chiama Francesco Petrini. Tutti buoni e zitti. Cominciano i giorni di scuola e, piano piano, cominciamo a conoscerci meglio. È strano questo maestro. Ci racconta che le persone non vanno giudicate per quanto sono ricche o per il lavoro che fanno, ma per come si comportano e per i valori in cui credono. Ci dice che aboliremo i voti: niente più quattro in pagella, ma giudizi che tengano conto sì dei risultati, ma anche dell’impegno che ciascuno di noi mette nello studio. Dobbiamo imparare a lavorare insieme e ad aiutarci: lavori di gruppo, ricerche, matematica, storia, geografia. Tutto fatto non in maniera astratta, ma sempre con un legame concreto con la realtà che ci circonda. Tutto rappresentato su cartelloni costruiti insieme e appesi alle pareti del corridoio e delle aule. Un giornalino, fatto col ciclostile, che racconta ciò che accade. Discussioni e commenti sui fatti di rilievo, anche su avvenimenti politici. La politica, ci era sempre stato detto, è una cosa sporca, non adatta ai bambini. Cosa inaudita: ci viene impartita “educazione sessuale”, ossia spiegato con parole semplici e adatte alla nostra età come nascono i bambini. Questo attirerà una denuncia del maestro alle autorità scolastiche, poi finita nel nulla.


Organizziamo commedie, rivolte al pubblico, alla fine dell’anno scolastico. Riduzioni di lavori importanti: “Puntila e il suo servo Matti” di Brecht, “La bisbetica domata” di Shakespeare. Centinaia di pagine imparate a memoria. Tutti i costumi di scena confezionati con l’aiuto di mamme e nonne del paese. Avvenimenti memorabili.

Ci vengono insegnate le materie scolastiche, ma soprattutto ci vengono insegnati i principi che la maggior parte di noi si porterà dietro per il resto della vita: credere nei valori della nostra Costituzione, il rispetto per gli altri, l’eguaglianza, qualunque sia il genere o la “razza”, l’amore per la libertà, il bene più prezioso. Il maestro ci dice, soprattutto, che non dobbiamo mai permettere a qualcuno di dirci cosa è giusto e cosa è sbagliato, ma che dobbiamo sempre ragionare con la nostra testa.

E così, in una piccola scuola di un piccolo paese di campagna, prima di quello che sarebbe stato il movimento del ’68, si dette vita ad un’esperienza educativa straordinaria, che avrebbe trovato applicazione in altre realtà decenni dopo e che divenne “scuola di vita” e per molti di noi segnò il futuro.

Francesco, per gli amici Franco, Petrini in seguito si laureò e “fece carriera”. Poi si dedicò ai suoi studi. Ma sappiamo che quegli anni di insegnamento alla nostra scuola hanno lasciato anche in lui una traccia profonda e li ha sempre ricordati con orgoglio e affetto. In tanti abbiamo mantenuto con lui e la sua famiglia, un rapporto di autentica amicizia. In lui abbiamo sempre trovato un porto sicuro, un interlocutore sincero e attento, una persona di enorme cultura e di altrettanta disponibilità all’ascolto. È con profondo dolore che abbiamo appreso della sua scomparsa (il 14 aprile, a 78 anni; oggi i funerali in forma privata, ndr). Saremo un po’ più soli, ma il suo insegnamento non scomparirà con lui. Non possiamo che dirgli: «Grazie per ciò che ci hai dato. Ciao, Maestro». —

Ex alunni e alunne

della scuola di Mastiano

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