Paga gli stipendi, ma non l’Iva: assolta titolare di un’azienda

Lucca, il giudice riconosce l’omesso versamento dovuto a causa di forza maggiore. L’imprenditrice segue una priorità dei pagamenti per far fronte alle obbligazioni

LUCCA. La sua azienda di articoli da regalo, in difficoltà per un sequestro di merce operato dai carabinieri, s’impegna a pagare gli stipendi e gli oneri contributivi ai dipendenti e omette invece di versare l’imposta sul valore aggiunto per un importo di 283mila euro entro il termine previsto per legge. Un’omissione di pagamento per causa di forza maggiore. L’imprenditrice infatti non ha la possibilità di adempiere, pur dismettendo parte del proprio patrimonio immobiliare, e di far fronte alle proprie obbligazioni. E così l’amministratrice della ditta, una donna lucchese di 65 anni, viene rinviata a giudizio e processata per mancato versamento Iva oltre la soglia dei 250mila euro relativo all’anno 2014. Ma al termine del processo, conclusosi alla fine del 2020, la donna viene assolta dal giudice monocratico del tribunale, Tiziana Lottini. Non è colpevole perché ha fatto quanto era nelle sue possibilità per versare i soldi all’Erario cedendo pure immobili di proprietà e proseguendo a pagare i dipendenti.

Una vicenda assai rara nel suo genere che sposa la tesi dell’avvocato Davide Manzo, legale dell’imprenditrice e che si è avvalso come consulente tecnico del ragionier Mario Benedetti per le relazioni contabili, in ordine alla priorità dei pagamenti eseguiti delle società rispetto al versamento Iva.


Una battaglia vinta dall’imprenditrice che, sin dall’inizio, si era opposta al decreto penale di condanna datato 28 novembre 2017 con l’accusa di omesso versamento Iva. La donna si era difesa dalla denuncia dell’Agenzia delle Entrate allegando documenti nel quale cercava di provare da un lato il tentativo di regolarizzare la propria posizione avendo ottenuto la rateizzazione del debito e dall’altro che l’azienda era in crisi di liquidità ed era impossibilitata a far fronte al pagamento dell’imposta. Il motivo era semplice: la società rappresentata dall’imprenditrice, dedita all’importazione di articoli da regalo e alla distribuzione e alla vendita in Italia degli stessi attraverso una rete di negozi e altri commercianti, nel febbraio 2011 aveva subito il sequestro dai carabinieri del Nas di una notevole quantità di merce per un valore di 1,3 milioni importata dalla Cina. Da quel momento l’azienda entrò in grave crisi perdendo molti clienti e negli anni successivi, nonostante gli sforzi di reperire nuovi fornitori, restarono le difficoltà e la crisi sfociò nel 2019 nella richiesta di concordato preventivo al tribunale fallimentare. A nulla valse che, pian piano e sino al 2018, il 95% della merce proveniente dalla Cina venne dissequestrato e il procedimento nei confronti della ditta archiviato. Dal 2011 al 2018 le vendite calarono e la perdita si fece rilevante. Nonostante tutto la società continuò a far fronte al costo del personale e agli oneri fiscali e contributivi attingendo alla liquidità e provvedendo anche alla cessione di un immobile di proprietà al prezzo di 360mila euro pagando con quei soldi anche il debito Iva del 2013. E nel 2018, vendendo un altro immobile, destinò il ricavato a parziale pagamento del debito Iva del 2014 e altri pagamenti rateali servirono al debito Iva del 2015. La crisi del mercato immobiliare impedì la cessione di altri beni che facevano parte del patrimonio sociale la cui vendita era stata programmata per finire di pagare le imposte e alla fine, il 21 agosto 2019, venne presentato un piano concordatario in tribunale con cui si prevedeva anche il pagamento dei crediti e debiti tributari sottoscritto anche dall’Agenzia delle Entrata. La sessantacinquenne amministratrice ha omesso di versare le ritenute Iva del 2014 per cause di forza maggiore tenendo una condotta tutt’altro che imprudente e negligente e impegnandosi anche con il proprio patrimonio immobiliare pur di riuscire a reperire la liquidità necessaria per il pagamento del tributo. —

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