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Allevamenti a rischio chiusura, grido d'allarme di allevatori e Coldiretti

Graziano Tardelli con uno dei suoi vitellini

Prima lo stop dei ritiri dalla coop Arborea, ora i prezzi del latte in picchiata

MOLAZZANA. Da cinque mesi senza certezze. È la situazione vissuta da una ventina di stalle locali, letteralmente a rischio sopravvivenza. Da quando la cooperativa Arborea non ritira più il loro latte i produttori resistono grazie a una soluzione che doveva essere temporanea. Nel frattempo però sono passati appunto cinque mesi.

«Gli allevatori vendono il proprio latte attraverso un’associazione di produttori – spiega Andrea Elmi, presidente di Coldiretti Lucca – ma non è facile lavorare in questo modo, con ordinativi e prezzi che vengono decisi di settimana in settimana. Ed è difficile vivere e lavorare in una situazione di incertezza del genere, per di più con prezzi che sono bassissimi». Da cinque mesi si vive così, e da cinque mesi le associazioni di categoria sono al lavoro per trovare una strada alternativa per riuscire a vendere il latte delle nostre Valli a un prezzo giusto. «Qualcosa all’orizzonte c’è, stiamo lavorando da tempo – chiude Elmi – ma prima di fare annunci voglio avere certezze». È la mentalità contadina, così diversa da quella per esempio di tanti politici: dire cosa si è fatto solo dopo che lo si è davvero fatto, saltando la fase delle promesse.


Ma qualunque sia la soluzione all’orizzonte questa deve arrivare il prima possibile. Ormai gli allevatori di mucche da latte lavorano per andare in pari. Quando va bene. Esemplare la testimonianza di uno dei più importanti e rappresentativi, Graziano Tardelli, che ha un allevamento con 28 mucche di razza bruna (tipica della zona) a Montaltissimo, nel comune di Molazzana. Il loro latte porta il sapore delle erbe e del fieno della Valle. Un prodotto caratteristico, di qualità. Ma, andando contro a una convinzione diffusa, si scopre che in questo periodo la qualità non paga (e non viene pagata adeguatamente).

«Ormai siamo al limite – spiega Tardelli – il latte costa sempre meno, e chi vuole che rimanga qua? Come si fa a tirare avanti vendendo il latte a 38 centesimi, più Iva, al litro? Certo, per un allevamento di tipo industriale, di quelli da mille capi, quella cifra può anche andar bene, ci guadagna lo stesso. Ma noi in montagna come facciamo? Se in un mese incasso 2mila euro, ma solo di bolletta dell’acqua ne pago 400, non si può resistere a lungo. Capisco tutto, capisco la pandemia, capisco che il prezzo in certi momenti possa calare, capisco che bisogna cercare di resistere in attesa di tempi migliori. Ma per quanto possiamo tirare avanti? Alla fine anche le nostre sono imprese, e se il latte non viene pagato adeguatamente, sui 55 centesimi al litro, non ha più senso continuare a lavorare. E non tutte le aziende hanno la forza, e anche il coraggio in tempi come questi, di farsi per esempio un proprio caseificio aziendale».

Da qui l’appello al mondo istituzionale a farsi carico di un problema che non è solo economico. E quanto sta accadendo a ripetizione, con gli effetti del dissesto idrogeologico che sono anche frutto dell’abbandono della Valle, sono lì a dimostrarlo.

«Si spendono tante belle parole – conclude Tardelli – sull’importanza di ripopolare la montagna, di mantenere presidi sul territorio, di proteggere le produzioni di nicchia. Ma per il momento sono appunto solo belle parole. Se non intervengono le istituzioni a sostenerci qui altro che ripopolamento, si va verso un ulteriore abbandono. Per esempio, il concetto di produzioni di qualità: il mercato più importante per i prodotti di nicchia è quello dei ristoranti. Ma con quanto sta succedendo le vendite sono a zero. E questo vale per tutte le produzioni tipiche della montagna, non solo per il mio latte». —

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