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Coronavirus: muore ex insegnante, aperta un’inchiesta. «Ditemi cos’è successo al mio Pasquale»

L’ospedale dove Pasquale Castiglia era stato ricoverato il 21 gennaio e dove è morto domenica mattina

67 anni di Quarrata, positivo al Covid, è peggiorato all’improvviso. Ora abitava ad Altopascio, la compagna ha presentato un esposto

ALTOPASCIO. «Voglio solo capire che cosa è successo»: Silvia Spadoni è seduta al tavolo del suo appartamento di Spianate, quello stesso appartamento che fino a pochi giorni fa condivideva con il suo compagno Pasquale Castiglia, e che adesso appare tremendamente vuoto.

Pasquale è morto in letto del reparto Covid dell’ospedale San Luca domenica mattina: fin qui una storia drammatica, simile a quella di tante altre vittime di quel virus maledetto. Ma in questa vicenda ci sono appunto anche tante domande, per le quali Silvia pretende delle risposte, per rendere giustizia al suo compagno, «anche se niente me lo potrà rendere, mi potrà restituire il suo amore e questi cinque anni e mezzo di vita insieme». Domande che sono diventate un esposto denuncia presentato ai carabinieri. La sua scomparsa resta non solo inaccettabile per tanti («Non riesco ancora a crederci – commenta Luca, il vicino di pianerottolo – quando esco di casa mi fa uno strano effetto non vederlo più»), ma anche bisognosa di spiegazioni. Pasquale Castiglia, architetto, 67 anni, originario di Palermo, ha vissuto a lungo nella Piana Pistoiese. Ex insegnante in un istituto di Pistoia, aveva poi aperto uno studio di architettura a Quarrata. Ma era ad Altopascio, con la sua Silvia, la sua nuova vita.

Vita che ha subito una drastica svolta a metà gennaio, quando ha fatto irruzione il Covid: «Il 13 e il 15 gennaio – racconta Silvia Spadoni – ci è stato comunicato che dei nostri parenti erano positivi al Covid. Il 17, anche noi due ci siamo sottoposti al tampone e un paio di giorni abbiamo avuto le risposte: io sono negativa, Pasquale invece positivo. Ma non aveva alcun sintomo. Fra l’altro lui era un salutista, non fumava, faceva lunghe camminate, amava ballare. Il 20 gennaio ha avuto qualche colpo di tosse, e una leggera febbre, intorno ai 37 e mezzo. Aveva anche una bassa saturazione, a 90, e il nostro medico ci ha consigliato di mettergli l’ossigeno e di chiamare l’ambulanza in caso di necessità». Ambulanza che è stata chiamata il 21, «e vedendo la saturazione i sanitari gli hanno detto che sarebbe stato meglio mandarlo in ospedale come misura prudenziale. Da allora ci sentivamo telefonicamente tutti i giorni, intorno alle 14,30, e il 24 sono andata a trovarlo in ospedale. Era in subintensiva e, con tutte le misure di sicurezza del caso, me lo hanno fatto incontrare. Quando mi ha visto mi ha detto “dammi un bacino” e mi ha stretto forte la mano». Silvia non poteva sapere che quelle sarebbero state le ultime parole che avrebbe sentito da lui.

La situazione cambia drasticamente il giorno dopo: «Il 25, non sentendolo – prosegue la compagna – chiamo io in reparto, e vengo a sapere che era stato intubato, senza che nessuno mi dicesse o chiedesse nulla. Tutti i giorni sento telefonicamente i medici, per sapere delle sue condizioni». Questo fino a sabato 6 febbraio, quando, poco prima dell’una, riceve una telefonata incoraggiante: le condizioni sembrano migliorate, e lunedì Pasquale sarebbe stato tolto dalla ventilazione forzata. Ma la gioia dura poco: «Alle 15,37 arriva la chiamata dell’anestesista, mi dice che si è piegato il tubo della ventilazione e che il mio compagno è stato per più di 2 minuti senza respirare. Alle 18.09 un’altra chiamata, per dirmi della gravità delle condizioni. Corro in ospedale e lo trovo irriconoscibile: il volto gonfio e tumefatto, il mento sanguinante. Poi, domenica mattina, alle 6,58, un’altra chiamata, per dirmi che Pasquale era peggiorato, che non c’era speranza, che dovevo mettermi l’animo in pace». Fino alla chiamata successiva, dopo poco, per dire che Pasquale non ce l’aveva fatta. Da qui la decisione di varcare la soglia del comando dei carabinieri per avere una risposta a quella domanda: perché? —

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