Altro che “SanPa”: è stato il Ceis il primo a fronteggiare la droga. E senza catene

Un convegno sul "Progetto Uomo" organizzato a Lucca nei primi anni '80. Nella foto si riconosce monsignor Agresti

Nel ’76 in via Santa Giustina nacque una comunità per tossicodipendenti. A occuparsene fu don Bruno Frediani, che aveva metodi diversi da quelli di Muccioli 

LUCCA. Li chiamavano rifiuti umani, zombi o più semplicemente drogati. Figli della generazione che aveva vissuto il dopoguerra e il boom economico, avevano visto svanire il sogno di un cambiamento sociale in un solitario disincanto. Parliamo dei tossicodipendenti che a partire dalla metà degli anni ’70 spuntano nelle città italiane, ponendo un problema nuovo e di difficile soluzione. Il documentario di Netflix sulla comunità di San Patrignano e la discussa figura di Vincenzo Muccioli ha riaperto il dibattito su quella stagione e sui modi, talvolta disparati, in cui la piaga della droga è stata affrontata. Anche Lucca ha fatto i conti con quell’emergenza.

Il primo a interessarsi del problema è il gruppo “Giovani e Comunità” che nel ’76, per volontà di monsignor Giuliano Agresti, apre una piccola comunità per il recupero delle tossicodipendenze nel centro di Lucca, in un appartamento di via Santa Giustina, dove tutt’oggi c’è la sede amministrativa del Ceis. Il compito di gestirla viene dato a don Bruno Frediani, il “Muccioli lucchese” dice qualcuno. Ma metodi e idee del giovane cappellano di San Concordio sono diversi da quelli dell’ex albergatore riminese fondatore di “SanPa”. «All’epoca c’era un grandissimo pregiudizio nei confronti dei “drogati” – spiega don Bruno, oggi settantenne parroco di Badia a Camaiore –. La tossicodipendenza è considerata un problema medico ma non ci sono strutture dedicate o cure adeguate. Le famiglie con un figlio dipendente dalla droga non sanno a chi rivolgersi: gli ospedali non se ne fanno carico e i più finiscono al San Giorgio o a Maggiano».


Primi in Toscana
A Lucca i tossicodipendenti si ritrovavano in piazza San Michele, sotto il loggiato di palazzo Pretorio, oggi “salotto buono” della città. «Sono ragazzi tra i 20 e i 30 anni – spiega don Bruno – in gran parte delusi dalle esperienze dei movimenti e alla ricerca di modelli alternativi di società. L’idea di affrontare il problema della droga è un’intuizione di monsignor Agresti, che vede in me un particolare “carisma ecclesiale” da mettere al servizio dei giovani in difficoltà. Mi affida l’appartamento di Santa Giustina, dove vado a vivere stabilmente con questi ragazzi e dove lui viene il mercoledì per partecipare alle riunioni». È il ’76 e la comunità lucchese è una delle prime in Italia (San Patrignano nasce due anni dopo). «Il primo ospite lo ricordo ancora – dice don Bruno – Un ragazzo sulla ventina di Arezzo: viene da solo a chiedere di essere aiutato. Poi arrivano due giovani da Lucca, uno da Montecatini e molti altri ancora. Sono appartenenti a famiglie del ceto medio, con problemi di eroina. A darmi una mano ci sono volontari, obiettori di coscienza e docenti delle scuole: all’epoca insegnavo religione al Carrara e alcuni colleghi si interessano a quell’esperienza. C’è un problema: l’estraneità della città. Siamo una comunità nel centro di Lucca eppure la società e le istituzioni non ci riconoscono. Le forze dell’ordine quando prendono un tossicodipendente ce lo scaricano in fondo alle scale».

L’incontro-scontro con la città
Sono anni duri e difficili: nel ’78 c’è il caso Moro e il terrorismo sferra colpi tremendi su una democrazia imperfetta. Don Bruno viene imputato per associazione sovversiva. Tutto nasce perché alcuni esponenti dei gruppi sovversivi arrestati dalla polizia affermano di avere rapporti con la comunità di via Santa Giustina. La cosa si risolve con un’archiviazione. «Ma tutto ciò ci fa capire che è necessario allacciare relazioni con le istituzioni cittadine – dice il parroco –. Per questo nel ‘78 a Lucca viene organizzato un grande convegno per parlare di droga: vi partecipano oltre 500 persone». Dato che in Italia non ci sono molti esempi di comunità a cui far riferimento, don Bruno va a vedere cosa combinano all’estero. «Al Daytop Village di New York – racconta – nota comunità di recupero per ex alcolisti. Nel ’79, invece, sono chiamato al Ceis di Roma per dar vita a un progetto educativo più articolato. Ci sono don Luigi Ciotti, don Mario Picchi e molti altri nomi dell’epoca. Nasce il “Progetto uomo” che distingue tre fasi all’interno del percorso di recupero: l’accoglienza, la comunità residenziale e il reinserimento. A Lucca la prima fase si svolge in via Santa Giustina, attraverso una serie di colloqui con il ragazzo e i suoi familiari per valutare le condizioni (l’astinenza fisica in primis) per l’ammissione nella comunità. Quest’ultima viene trasferita nella la canonica del paesino di Vecoli, resa abitabile per 24 persone. La comunità di reinserimento, invece, viene fatta a Pozzuolo, in un luogo fisicamente e simbolicamente più vicino alla città. Tutto il percorso dura circa due anni. I nuovi arrivati sono affiancati da un fratello maggiore e vengono affidati loro compiti a responsabilità crescenti». Negli anni ’80 il problema della droga esplode: i morti per overdose sono mille ogni anno. La domanda porta il Ceis a cercare altri spazi: «Nel 1982 andiamo ad Arliano, ex un sanatorio fascista che per le sue dimensioni permette di ospitare un maggior numero di progetti: giovani, famiglie, alcolisti, ecc. Arriviamo ad avere oltre 200 persone nei nostri percorsi. Poi arriva l’Aids ed è una tragedia: solo nel primo anno perdiamo venti ragazzi. Molti volontari vanno in crisi».

La “Sanpa” lucchese? No
Vale la pena soffermarsi sui metodi in uso nella comunità lucchese, diversi da quelli coercitivi (talvolta fatti di aggressioni e catene) di San Patrignano: «Nei miei viaggi in giro per l’Italia ho avuto modo di visitare “SanPa” e conoscere Muccioli – dice don Bruno –: non ne rimasi ben impressionato. È una comunità molto più grande della nostra, e poi la rigidità, la chiusura e il protagonismo sempre più accentuato di Vincenzo non mi piacevano. A Lucca avevamo e c’è tutt’ora una gestione diversa: vale la massima che da una comunità è più facile uscire che entrare. Se qualcuno se ne vuole andare se ne discute e ci si confronta all’interno del gruppo, anche in maniera accesa. Ma l’unica violenza ammessa è quella verbale. Incatenare le persone non è tra i nostri metodi: per noi è la relazione che salva e fa crescere un ragazzo. Ci sono stati giovani che se ne sono andati, alcuni sono andato a riprenderli ma non ho mai usato la forza». Oltre alla questione della libertà, ci sono altri due aspetti a differenziare Lucca da “SanPa”. «ll lavoro – dice don Bruno –. Da noi si fanno attività finalizzate solo al consumo interno. Infine Ceis vede la vita in comunità come una fase del percorso in vista del reinserimento. Chi entra a San Patrignano, invece, ci resta per la vita».

Da Vasco a Villaggio: i volti noti chiedono consiglio
L’altra questione messa in evidenza dal documentario di Netflix riguarda il sostegno di cui Muccioli ha goduto da parte dell’opinione pubblica e di famiglie importanti, i Moratti su tutti. «Noi non abbiamo avuto i contributi di “SanPa” ma personaggi noti sono passati anche da qui – commenta don Bruno –. Edoardo Agnelli, ad esempio: voleva dei consigli per risolvere i suoi problemi e gli illustrai le regole della comunità. Ma non era abbastanza convinto. E poi Vasco Rossi: portò un’amica con problemi di droga: la prendemmo. Parlai anche con Paolo Villaggio, che aveva una casa a Carignano e conosceva il problema della droga per via del figlio, ospite a “SanPa”. Sapeva della nostra comunità e venne a trovarci a Vecoli: mi regalò una cesta di salumi». —

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