Il rifugio Rossi si risveglia dopo la grande nevicata

Il rifugio Enrico Rossi, in località Prati della Pania, comune di Molazzana, dopo la grande nevicata dell’ultima settimana (foto dal profilo Facebook del rifugio)

In settimana sarà riaperta la strada dal Piglione: l’ultimo tratto si farà con gli sci. Il gestore: «I blocchi sono l’effetto dell’incuria di anni. Siamo stati dimenticati»

MOLAZZANA. Quasi interamente coperto dalla neve fino a sembrare irreale, uno scenario da film di animazione. Si presenta così il rifugio Enrico Rossi, località Prati della Pania, comune di Molazzana, gestito da Antonello Chiodo con Naik Marovelli insieme a Stefano Elmi e alla sua compagna Martina Rosati. «Erano otto anni che non c’era una neve così - dice Chiodo, guida ambientale del nord Italia arrivato ai Prati nel 2003 e da allora mai più distaccatosi da questo luogo -. Se fosse stata una situazione normale, a quest’ora saremmo già entrati nel rifugio. Adesso siamo chiusi per il Covid. Ma nel corso della settimana stiamo valutando di aprire la strada, lungo cui si trovano diversi alberi caduti. Ci riusciremo coi mezzi dell’Unione dei Comuni e la turbina del Comune di Molazzana. Poi toccherà a noi, con gli sci, fare l’ultimo pezzo».

In pratica, spiega il gestore, i mezzi, una volta percorsa la provinciale fino al bivio che porta da una parte all’Alpe di Sant’Antonio e dall’altra verso il Piglione, imboccheranno quest’ultima direzione e da lì cominceranno a liberare il tratto di strada, circa quattro chilometri, che collega il Piglione con la cappellina dedicata al gruppo Valanga, quello dei partigiani che qui furono fucilati.«Dalla cappellina al rifugio verremo con gli sci - spiega Chiodo -. Dovremo percorrere un dislivello di cinquecento chilometri, visto che la cappellina è a 1.100 metri di altezza e il rifugio a 1.600. Un’ora e un quarto di cammino se la neve è dura; se fosse ancora fresca, da due ore e mezzo a tre».E poi i gestori del rifugio Enrico Rossi , come gli altri rifugisti della zona, in virtù del passaggio della Toscana in fase "gialla", potranno riprendere la loro attività.

«Già la scorsa estate - spiega il gestore -con gli altri rifugisti abbiamo fatto il possibile per riaprire in sicurezza. Da giugno a settembre abbiamo lavorato con continuità, mentre autunno e inverno solitamente apriamo durante i fine settimana. Grazie al mio socio, che è anche istruttore di bike e operatore culturale, pensiamo per la prossima stagione di avviare nuove attività per i nostri ospiti. Oltre alla ristorazione a base di prodotti tipici, che più di tutto raccontano la storia di questi luoghi».Le attività confidano nella ripartenza, ma allo stesso tempo, c’è una dose di rammarico per «la poca attenzione che in questi ultimi anni le istituzioni hanno avuto per la montagna, hanno preferito investire sulle attività turistiche più "di routine", quelle in pianura e sulla costa. È con la neve come è arrivata adesso che si fa capire il vero valore della montagna. Perché la montagna richiede cura: i blocchi di oggi sono l’effetto, ma la causa è a monte. Se i boschi non sono curati, ci rimettono anche quelli che hanno deciso di non intervenire in passato. Una volta i boschi erano una risorsa e lo sarebbero ancora se le istituzioni non avessero sposato politiche economiche globali».Quanto alle linee elettriche interrotte, invece, «sono i gestori i responsabili dell’incuria. Noi abbiamo provveduto a monte, installando pannelli solari, così l’energia elettrica la autoproduciamo».

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