Rientro al lavoro di chi è positivo. Regione: stop a medici e infermieri

Per rientrare al lavoro serve il tampone negativo: lo prevede il Dpcm

Retromarcia sul personale sanitario: serve il tampone negativo. Ma è caos anche in altri settori

LUCCA. I 21 giorni della discordia. Continua a regnare il caos sulla fine dell’isolamento dei cosiddetti “positivi a lungo termine”, ovvero i soggetti contagiati dal virus che dopo tre settimane, se non hanno sintomi da almeno 7 giorni, possono tornare liberi anche senza avere un tampone negativo. Il dipartimento della Prevenzione dell’Asl rilascia loro un certificato di fine isolamento che permette di uscire, fare la spesa e tornare alla normalità (o quasi). L’azienda sanitaria agisce così in base alle indicazioni contenute nella circolare del ministero della Salute dello scorso 12 ottobre. Il problema è che tale circolare non è stata recepita dal Dpcm del 3 novembre. Il pasticcio si crea al momento del rientro al lavoro: da una parte ci sono le aziende che sulla base del provvedimento del governo (Allegato 12) chiedono il tampone negativo per far lavorare il dipendente in presenza; dall’altra ci sono i lavoratori, spesso costretti a giocarsi ferie e permessi in attesa della negativizzazione, che può avvenire dopo diverse settimane. Il tampone molecolare, infatti, risulta positivo anche se nell’organismo del soggetto sono presenti residui morti e inattivi del virus. La letteratura medica ritiene che in tali casi il soggetto non sia più contagioso e possa essere considerato “clinicamente guarito”. Il certificato Asl, non lo dice apertamente, ma si basa su questo presupposto. Di fronte a questo stato di cose, il medico di famiglia è restio a fare al lavoratore in attesa di negativizzazione un certificato di malattia, dato che l’Asl ne ha disposto la fine dell’isolamento. In più c’è una questione venale: chi paga il tampone o i tamponi che servono per accertare la negatività? Anche su questo c’è incertezza: il medico, per i motivi suddetti, non lo prescrive; l’azienda lo chiede ma quasi mai lo paga. Così il lavoratore rischia di doverselo pagare di tasca propria (un’ottantina di euro).

La Regione Toscana è consapevole dell’incertezza che si è creata e in qualche modo ha contribuito ad alimentarla con una brusca retromarcia sul rientro del personale sanitario. Una nota firmata a fine novembre dal dirigente del settore Sanità Carlo Tomassini e indirizzata ai direttori generali delle Asl riguarda il ritorno al lavoro degli operatori positivi a lungo termine. Nella nota si sottolinea come l’allegato 12 del Dpcm del 3 novembre sia una fonte gerarchicamente superiore alla circolare del ministero della Salute del 12 ottobre e che pertanto ci si debba attenere al primo. Serve il tampone negativo, dunque, contrariamente a quanto previsto nelle settimane precedenti. Lo smart working, invece, è consentito. In settimana dovrebbe arrivare una circolare chiarificatrice. Per estensione questa interpretazione è arrivata a riguardare anche i lavoratori di tutti i settori, senza però che ai dipartimenti della Prevenzione e ai medici di famiglia siano arrivate indicazioni utili sulle cose da fare per accompagnare in maniera adeguata i loro assistiti in questo percorso di guarigione virologica. A confermare la confusione che regna sull’argomento è Massimiliano Bindocci, segretario regionale della Uil Com: «La situazione è caotica e i lavoratori ne fanno le spese – spiega –. Abbiamo creato un coordinamento di Rls per supportare chi necessita informazioni o assistenza nei luoghi di lavoro per le questioni inerenti la gestione dell’emergenza Covid. Abbiamo casi di lavoratori costretti a giocarsi ferie e permessi in attesa della negativizzazione perché il medico non gli fa il certificato di malattia. E l’impressione è che anche tra gli stessi medici di famiglia ci sia molta confusione sull’argomento. Come sindacato abbiamo raccolto la storia di una coppia contagiata dal virus; la moglie lavora in un supermercato, il marito in un’azienda del settore cartario. Hanno medici diversi e hanno ricevuto indicazioni opposte. Sono poche le aziende virtuose che pagano il tampone ai dipendenti. Serve chiarezza». —