Nuovo attacco omofobo all’educatore: auto avvolta dal nastro del film "Le Fate Ignoranti"

Marco Dianda, 33 anni, ha fatto denuncia. Già quest’estate era stato vittima di una frase discriminatoria: «È bravo, peccato sia gay» 

LUCCA. All’inizio ha pensato a uno scherzo di qualche ragazzino annoiato. La sua macchina parcheggiata davanti a casa avvolta dal nastro di una videocassetta. Era buio quando se n’è accorto e così si è limitato a “liberarla” senza darci troppo peso. Ma alla luce del giorno dopo tutto è diventato più chiaro. A pochi passi dal punto in cui si trovava l’auto c’era quel Vhs fatto a pezzi. Sopra l’adesivo col titolo del film “Le Fate Ignoranti”, del regista Ferzan Özpetek, “manifesto” del mondo Lgbt. La macchina è di Marco Dianda, il 33enne che abita nella Piana e che quest’estate aveva subito l’offesa omofoba da parte della mamma di un bimbo che frequenta il nido nel quale lavorava: «È un bravo educatore - gli aveva detto - peccato sia finocchio».

E allora ecco che quella che sembrava una sciocchezza prende un significato del tutto diverso. Quello dell’ennesimo gesto omofobo nei confronti di Dianda che anche questa volta ha deciso di non stare zitto e di fare denuncia. «Quando ho visto il titolo della videocassetta ho pensato a una strana coincidenza - racconta Dianda - ma sta di fatto che è successo proprio a me e che quel film racconta la storia di alcuni omosessuali. Ad avvisarmi del nastro sulla mia auto è stata un’amica. Ma era buio così l’ho tolto e basta. Era bloccato fra gli specchietti retrovisori e il tergicristallo. Il giorno dopo sono uscito - continua - e ho visto che il nastro era collegato al vhs delle Fate Ignoranti. Mi sembra strano che abbiano preso di mira la mia auto e per giunta proprio con quel film...».

Così ieri Dianda non ha perso tempo ed è andato in questura dove ha fatto denuncia contro ignoti. «Ci ho pensato parecchio - aggiunge - perché il 2020 finora è stato un anno stancante. Dopo la vicenda dell’educatore finocchio non ero tanto convinto di volermi esporre di nuovo pubblicamente. Allo stesso tempo però non mi andava che chi ha compiuto questo gesto pensasse di avermi intimorito e quindi ho deciso di denunciare. Ma non sono un eroe: l’ho fatto per me e per chi subisce atti di questo tipo senza dire nulla. Credo sia stata opera di qualcuno che mi conosce - continua Dianda - che sa dove abito e qual è la mia auto. Non ci sono danni e sopra non c’era nessuna rivendicazione: è stata una sorta di “violenza suggerita”. Che poi è quello che mi stanca di più, questo voler intimorire in maniera codarda che ti costringe a stare sempre sul chi va là. Pensi: “Magari è meglio non uscire la sera”, così vai fuori nel pomeriggio. E questo non è giusto».

Dianda in questo periodo ha dato una svolta alla sua vita. Non lavora più come educatore (l’ha fatto per 4 anni) ma è tornato all’università dove frequenta il corso di Comunicazione d’Impresa e Politica delle risorse umane all’università di Pisa. «Ho preso un anno di aspettativa non retribuita - spiega - ma la scelta non è dovuta a quanto accaduto con quella mamma ma alle condizioni in cui lavora un educatore in Italia ovvero senza uno stipendio adeguato e senza alcun supporto psicologico». In questi giorni intanto ha ricevuto diversi messaggi di vicinanza da parte di rapppresentanti delle istituzioni. «Ci sono delle persone che in continuazione manifestano contro i diritti degli altri - conclude - nel nostro territorio mi sento di dire che sono una minoranza che però si fa sentire spesso. Un po’ come quei moscerini che ti vengono addosso e che non riesci a scacciare. Spero almeno che prima di rompere il Vhs abbiano visto il film...». —