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Arpaia, un commissario da marciapiede che usava fiuto e intuito per scoprire i reati

Claudio Arpaia con Manuela Antonucci

Trent'anni di inchieste raccolti nel libro di un poliziotto che ha segnato un'epoca. Tanti gli aneddoti nelle quasi 200 pagine che partono dal 1976, quando arrivò alla questura di Lucca, per arrivare ad oggi

LUCCA.  Scarpe consumate, fiuto e istinto. Perché un buon poliziotto si riconosce (o si riconosceva?) da caratteristiche ben precise rimarcate a più riprese nella narrativa gialla veicolata dalla tv e dal cinema. Lo stereotipo dell’ispettore o del commissario (da Callaghan a Montalbano) aveva come denominatore comune il rapporto strettissimo con la gente, dai sospettati ai testimoni, e con i luoghi del crimine. Con l’unico obiettivo di smascherare un colpevole e punire un delitto. Sguardo severo, occhi di ghiaccio, modi spiccioli, battuta pronta e l’immancabile sigaretta stretta tra le labbra. Per un ventennio Claudio Arpaia è stato davvero un poliziotto da marciapiede. Autentico leader della squadra Mobile perché schierato di giorno e di notte insieme ai suoi uomini a difesa di una città in cui ha scelto di vivere assieme alla sua famiglia. E per altri 15 anni, sino al 2009, ha proseguito nella sua missione passando alla Digos, all’Anticrimine e alla divisione amministrativa sino a diventare vice questore. Trentacinque anni al servizio dello Stato in una sola città, Lucca, rinunciando alla carriera e mettendo nel cassetto ambizioni e sogni di gloria. Non ha mai spinto il suo cuore altrove. Un record di fedeltà assoluto. «Non ho inseguito posizioni verticistiche: mi faceva piacere lavorare per una comunità, sentirmi parte integrante della città, proteggerla dalla violenza».

IL LIBRO


Ne ha viste e sentite tante il dottor Arpaia da quando, nel gennaio 1976, ha messo piede per la prima volta nella questura di Lucca. La sua storia viene raccontata nel libro-biografia dal titolo emblematico: «Lupo di strada». Da un’idea di Walter Farnesi, ricordi, pensieri e indagini del poliziotto più famoso della Lucchesia messi nero su bianco da Manuela Antonucci collaboratrice del quotidiano on line bilingue «La voce di New York» che sino a un paio d’anni fa si era occupata quasi esclusivamente d’arte e che negli ultimi 12 mesi è passata a raccontare le gesta di un pezzo d’antiquariato del Novecento lucchese. Dal sequestro Luisi alla cattura di Rainero, dall'omicidio Martinelli a quello Paolinelli, sino all'arresto della banda che rapinava i portavalori, Arpaia è stato protagonista e testimone di un'epoca irripetibile dove il capitale umano non era ritenuto, come oggi, il valore del risarcimento che le agenzie di assicurazione riconoscono ai familiari di una persona deceduta per un incidente. Era una qualità, una forza, un peso determinante nell’agire quotidiano. Senza il contributo di quegli uomini l’azione testarda e puntuale del dottor Arpaia sarebbe risultata insufficiente.



MUTAMENTI GENETICI

Sorride sarcastico Arpaia, che a dispetto dei suoi 71 anni, mantiene i lineamenti di un tempo eccezion fatta per la neve caduta sui capelli a spazzola e per una vista che non è più quella da occhio di falco: «Quando ho iniziato il poliziotto doveva consumare le suole delle scarpe: pedinamenti, appostamenti, informatori. Di giorno e di notte eri sempre al pezzo. Si dormiva poco, ma conoscevamo ogni angolo della città e avevamo un contatto diretto con le persone. Oggi la tecnologia ha cambiato il modo di fare le indagini. Le intercettazioni, le telecamere, la rete, ha finito per modificare radicalmente il lavoro. Meglio? Peggio? Non sta a me giudicare. Io dico che nei miei vent’anni di squadra Mobile, di poliziotto da strada, ho costruito rapporti umani con colleghi, subalterni o superiori, che durano anche oggi spesso guadagnandomi il rispetto anche di chi stava dall’altra parte della barricata. Perché solo respirando ogni giorno assieme ai colleghi, lavorandoci gomito a gomito, senza prevaricazioni, senza mettersi sul piedistallo, cementando un gruppo di persone, di diversa estrazione, ma che si stimano e lavorano per un obiettivo comune, si possono ottenere grandi risultati. Anche la stampa era diversa: i giornalisti erano pochi e si potevano coltivare vere amicizie. Il loro aiuto era importante perle operazioni di polizia».

LUPO DI STRADA

Sbaglia chi crede che il titolo del libro prenda spunto dalle origini cosentine del poliziotto e quindi dall’emblema della squadra cittadina: il Lupo della Sila. «L’ho scoperto una volta collocato a riposo. Quando arrivavo in questura o mi portavo sul luogo dell’investigazione i miei collaboratori e in generale gli agenti dalle radiotrasmittenti iniziavano a fare ululati, il verso del lupo. Era il segnale che stavo arrivando e non c’era da scherzare».

GIOIE E DOLORI

I momenti più belli della sua lunga carriera in polizia sono rappresentati dalla liberazione di due piccoli ostaggi: «Il sequestro di Elena Luisi, la bimba rapita da un gruppo di sbandati, e quello di Ivan Magnelli, sono stati i momenti più difficili perché non esiste al mondo che si possa far soffrire o far del male a dei bambini. Riuscire a farli tornare a casa sani e salvi è stata la gioia più grande che mi ha ripagato di notti insonni, tensioni e incazzature».

La liberazione della piccola Elena Luisi


BIMBI AL VOLANTE

Tanti i racconti che si susseguono nelle quasi 200 pagine del volume: dall’omicidio della coppietta sul fiume al delitto dell’uomo senza testa sino alla caccia a due «nemici senza età» come Franchino, lo sparatore folle che negli anni Settanta aveva preso di mira le commesse, o Antonio Mini, la primula rossa della Lucchesia, imprendibile rapinatore. E tra questi la storia, datata 1976, con il giovane Arpaia alle prese con uno strano furto d’auto: «Era un periodo dove avvenivano diversi colpi in banca nella periferia cittadina. Un giorno chiamano per dirci che hanno rubato una Ford Escort a San Vito e che gli autori sono ancora in zona. Ci precipitiamo e via radio ci arriva la notizia che l’auto in questione è andata a sbattere contro le sbarre di un passaggio a livello. Al volante ci sono due bimbi di 8 e 9 anni. Avvertiamo i genitori, portiamo i monelli in questura catechizzandoli affinché l’esperienza serva da lezione. Ma prima di lasciare l’ufficio si voltano e all’unisono esclamano: “Commissario, la prossima volta non ci prende”.Giuro, mi piacerebbe incontrarli».

LA PAURA

«Sì, nella mia vita professionale ho avuto paura e ringrazio Dio di non aver mai ucciso nessuno. La paura ti aiuta a fare meglio, a ragionare calibrando l’intervento. Gestire l’ordine pubblico nelle manifestazioni è un buon antidoto. Oggi rifarei tutto allo stesso modo. Mi piacerebbe ricominciare a fare il poliziotto con l’unità di misura dei miei tempi e non puntando tutto sulla tecnologia». Scarpe, fiuto e istinto. —