Il Pd e la campagna elettorale da separati in casa

Da sinistra: Alberto Veronesi, Eugenio Giani, Alessandro Tambellini e Francesca Fazzi

La visita lucchese di Eugenio Giani ha mostrato in maniera evidente la frattura tra le due anime del partito

LUCCA. Ci può essere un uso politico del cosiddetto distanziamento sociale, imposto per arginare la pandemia. Anzi. Ci sono casi in cui il distanziamento sociale diventa tout court distanziamento politico. Per averne una prova inequivocabile, basta dare un’occhiata alle fotografie scattate l’altro ieri durante la giornata lucchese del candidato presidente della Regione per il centrosinistra, Eugenio Giani. Da una parte la costola “zingarettiana” del Pd lucchese, rappresentata dalla capolista Francesca Fazzi e dal sindaco Alessandro Tambellini. Dall’altra i “marcucciani”: Valentina Mercanti (che con Tambellini è in giunta a Lucca), l’ex sindaco di Careggine Mario Puppa e il consigliere regionale uscente Stefano Baccelli, che non si è ricandidato ma che punta a un assessorato in caso di vittoria di Giani.

Tutti attenti, da una parte e dall’altra, a misurare con il metro della politica la distanza fisica da tenere: non troppa, per evitare di far divampare ancora più polemiche; ma nemmeno troppo poca, perché le differenze vanno marcate.


In mezzo, Giani e il candidato a sorpresa delle ultime settimane, il maestro Alberto Veronesi. Che, da parte sua, sta prendendo molto seriamente la campagna elettorale, con interventi quotidiani e una massiccia presenza sui manifesti. Ma chissà se le dissonanze fra le anime del Pd sono troppo pronunciate anche per la sua sapiente bacchetta da direttore d’orchestra. D’altra parte tutta l’organizzazione della giornata di Giani non pare essere nata sotto i migliori auspici. Detto fuori dai denti, gli “zingarettiani” l’hanno visto come un evento creato a uso e consumo dell’altra parte, senza alcun coinvolgimento in quella che, in fin dei conti, dovrebbe essere una battaglia comune contro il centrodestra e la sua candidata Susanna Ceccardi.

È evidente che le ferite lasciate dall’affaire Remaschi non solo non hanno cominciato a rimarginarsi, ma anzi rischiano di diventare sempre più profonde. Un problema che a cascata, dal livello regionale, arriva direttamente sul nostro territorio e - in alcuni casi - all’interno delle amministrazioni comunali. E non potrebbe essere che così, visto che gran parte della classe dirigente in provincia fa capo al Partito democratico e che questo porta colleghi sindaci di realtà importanti a schierarsi su fronti diversi, se non opposti (basti citare il caso di Tambellini e del suo collega di Capannori Luca Menesini). Tutto questo mentre il centrosinistra sta capendo che la battaglia potrà essere davvero voto per voto e che, magari, sarebbe bene che a eventi come quello dell’altra sera partecipassero più cittadini comuni che milieu politico più o meno organizzato. Perché, come ha scritto quella vecchia volpe di Francesco Colucci, «la divisione in due mezzi partiti del Pd in Lucchesia sarà un problema per tutta la campagna elettorale. Una campagna elettorale fortemente divisa fra zingarettiani e marcucciani per vedere chi conta di più». E la politica, intesa come proposta di governo del territorio? Per il momento non è pervenuta. —
 

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