Natura e storia si intrecciano nell’Orto magico di Lucca: la visita con i nostri lettori

Immersione totale fra profumi e colori del Giardino Botanico, con la sapiente conduzione della curatrice Alessandra Sani, per un gruppo di lettori del Tirreno: un’esperienza unica 

LUCCA. Entrare nell’Orto Botanico di Lucca equivale a partire per un viaggio. Una sensazione non comune di immersione: dentro la storia, quella degli uomini e delle donne che hanno pensato, lavorato e predisposto affinchè - in questo caso duecento anni fa esatti - avesse la luce questo museo a cielo aperto vocato alla didattica e alla conservazione delle specie già all’epoca a rischio estinzione; ma anche (soprattutto) nel patrimonio inestimabile che la Natura ci offre, da sempre, senza chiedere niente: solo di rispettarlo e preservarlo.

Nell’Orto Botanico di Lucca - i due ettari dell’antica Piaggia Romana che la governatrice Maria Luisa di Borbone donò all’allora Liceo Reale per farne un giardino accademico -si può fare il giro del mondo: tra il Cedro del Libano, il patriarca dell’arboreto lucchese, il più anziano, messo a dimora nel 1822, che affonda le sue radici tra Siria e Turchia, all’esotico Gingko Biloba, l’albero sacro degli orientali, sopravvissuto perfino agli effetti devastanti della bomba atomica di Nagasaki e Hiroshima. E alle altissime Sequoie originarie della California e dell’Oregon (il nome a questo albero imponente fu dato dagli indiani Cherokee). E a tantissime piante floreali, dall’esotica Camelia alla conturbante Magnolia Grandiflora, alle piante medicinali e a quelle originarie dal deserto.


Abbiamo voluto riprendere i nostri incontri della comunità di lettori di “Noi Tirreno” proprio da qui, da questo giardino delle meraviglie, fra mille varietà di verde, di fiori e profumi: un trionfo di bellezza.

Un piccolo gruppo, guidato dalla curatrice dell’Orto Botanico, la dottoressa Alessandra Sani (nella storia del Giardino, la prima donna ad averne le redini), un viaggio di un’ora e mezzo è scivolato via come sabbia fra le dita. Un luogo avvincente, che ha incontrato sul suo cammino tante persone - esperti e cattedratici - che lo hanno amato dal profondo.



A Lucca, ha spiegato la dottoressa Sani (che ringraziamo per la sua disponibilità e competenza), l’Orto Botanico nacque oltre due secoli in ritardo rispetto a Pisa, dove nel 1543 fu voluto da Cosimo dei Medici come complemento dell’ateneo ecollegato alla facoltà di Medicina.

«Nel 1819 - ha spiegato al curatrice dell’Orto lucchese - Maria Luisa di Borbone fondò il Liceo Reale, l’Università Borbonica legata alla scienza, alla fisica, alla medicina. Il professor Paolo Volpi, titolare della cattedra di Botanica a Lucca, fu il primo curatore dell’Orto. Il 23 maggio 1820 arrivò il nullaosta per la realizzazione dell’Orto Accademico».

I lavori cominciarono nel 1822, e vi partecipò anche il “Regio architetto” Lorenzo Nottolini. Maria Luisa governatrice di Lucca autorizzò il curatore Volpi a prelevare arbusti che sorgevano in doppio esemplare nel giardino di Villa Reale a Marlia, dimora che dal 1806 Elisa Baciocchi, sorella di Napoleone Bonaparte aveva acquistato dalla famiglia lucchese Orsetti. Nel giardino di Villa Reale, che Elisa aveva voluto simile a quello di Paolina Bonaparte a Malmaison in Francia, c’erano piante venute dalla Reggia di Caserta, come le Mimose, le Camelie, i Platani.



La costruzione dell’Orto Botanico di Lucca fu molto rapida: nel 1823 era già messo a punto. Poteva utilizzare l’acqua del Pubblico Condotto e a disposizione come aula didattica, Maria Luisa aveva concesso la casermetta San Regolo e i sotterranei.

Dopo Volpi, che curò l’Orto fino al 1834, la guida passò a Benedetto Puccinelli, che introdusse uno studio sulla fauna micologica. Poi Cesare Bicchi, che se ne occupò per 46 anni, dal 1860 al 1906 e che fu artefice del magico laghetto in cui la leggenda vuole che il diavolo trascinò Lucida Mansi negli inferi a bordo di una carrozza, dopo averla rapita. Cesare Lippi è stato il curatore che ha traghettato l’Orto dal ventesimo al ventunesimo secolo.

Siamo rimasti tutti quanti a bocca aperta ad ascoltare questa lunga storia, incantati dalle campanelle dell’Atropa Belladonna, la pianta di Lucida Mansi, che le donne del Seicento usavano per sedurre: utilizzavano i suoi principi attivi, diluiti nel collirio, per far dilatare le pupille e illuminare gli occhi di un particolare brillio.