Francesco Zavattari, il funambolo dell’arte che trasforma la città in una tavolozza

Il personaggioFLAVIA PICCINNI«Sono nato a Lucca, nel bel mezzo dell'arborato cerchio, ma ho sempre vissuto a Diecimo. Adesso viaggio moltissimo per lavoro, ma quella è sempre casa. Mi sono diplomato...

Il personaggio

FLAVIA PICCINNI


«Sono nato a Lucca, nel bel mezzo dell'arborato cerchio, ma ho sempre vissuto a Diecimo. Adesso viaggio moltissimo per lavoro, ma quella è sempre casa. Mi sono diplomato al Liceo Artistico per poi iscrivermi a Lettere. Ho dato due esami, entrambi con il 30 e lode, poi ho lasciato: non volevo rovinare la media! Scherzi a parte, avevo altri piani per il mio lavoro, ma prima o poi, magari nella terza età, tornerò all'Università per puro piacere personale. Nel frattempo qualche folle mi darà una laurea honoris causa, chissà! Anche perché sto studiando più ora di quando ero adolescente».

Racconta così di sé Francesco Zavattari, funambolo dell’arte e instancabile creatore, che nella sua carriera ha fatto di tutto: tele, installazioni giganti, videoarte, regia teatrale, di recente persino una serie di ventagli dipinti a mano (finiti nella più importante collezione d'arte cubana).

«Il comune denominatore per il mio modo di essere – mi spiega lui - è la qualità. Una cosa la si fa se la si sa fare bene, altrimenti meglio non farla. Poi ovviamente si deve sempre migliorare, crescere, spingersi oltre, imparare e studiare, ma il proviamo e vediamo come va è un concetto che non ho mai sposato».

Non è uno da mezzi termini. Anzi. E non è uno che si nasconde. «Da quando ne ho memoria – mi racconta - per me l'arte è sempre stata qualcosa di cui far parte, non solo di cui fruire. Ho iniziato a viaggiare e vedere mostre fin da piccolo, ma non mi sono mai sentito semplicemente uno spettatore, così come non ho mai sentito di voler diventare un artista. Ho sempre saputo di esserlo. Più o meno bravo, più o meno apprezzato. O lo sei o non lo sei. Questo credo che divida, in primis, la semplice passione dal professionismo. È molto divertente quando le persone utilizzano quel termine come un aggettivo; vedono una tua opera o partecipano a una grande esposizione e dicono: “Accidenti! Sei davvero un artista!”. È un po’ come andare a fare la dichiarazione dei redditi e, di fronte al 730, dire al consulente: “Però! Sei davvero un commercialista!”. “Arte” o “Artista” sono solo parole con cui convenzionalmente indichiamo un mondo così ampio e complesso in cui è facile smarrirsi. Il mio lavoro, semplicemente, è creare. Plasmare nella forma visioni che nella mia mente sono già lì e si affastellano continuamente. Creare, quindi. Ogni cosa. In ogni momento. In ogni modo».

Le opere di Zavattari – esposte in tutta Italia, e in buona parte dell’Europa come Polonia e Portogallo – raccontano molto del suo rapporto con l’arte, fra ricordi («il mio primo ricordo legato all'arte è proprio la bellezza dell'ambiente che ha ispirato tutto ciò che sono») e presente («con la mia curatrice Cláudia Almeida stiamo lavorando a un grosso progetto che deve essere sviluppato nei prossimi mesi»).

Accenna ai nuovi lavori: Tavolozze (una serie di piccole opere in miniatura realizzate su un supporto rigido, andato a battesimo a Roma) e (Mind)blowing («una serie scultorea che prevede opere di grandi dimensioni principalmente per spazi pubblici, ideata come sunto del mio lavoro quotidianamente sviluppato in ambito cromatico e artistico in genere»).

Racconta del debutto come regista teatrale la settimana scorsa al Teatro Verdi in collaborazione con la coreografa Annalisa Ciuti, evidenziando come «questa sia sicuramente una delle direzioni che stiamo intraprendendo e che caratterizzerà il lavoro mio e del mio team nei prossimi anni. Io sono appassionato d'opera da sempre, Silvia Cosentino, mia prima assistente, vive di teatro e tutti gli altri ragazzi che collaborano con noi sanno ideare e attuare soluzioni davvero brillanti anche con budget relativi, per cui è un ambito che vogliamo conquistare».

A Lucca vive, ma di Lucca non ama «la mentalità». Quando gli chiedo di spiegarmi, è limpido: «Ti faccio un esempio: ci sono contesti istituzionali in cui sono stati invitati a esporre artisti che hanno un quinto del mio curriculum, ma sono amici di amici.

«Qui vale molto il concetto del “chi ’un piange ’un puppa”, ma io sinceramente piango molto poco e per cose più importanti. Oltre a questo “a casa tua” non vai a bussare per entrare, ma quando ti viene aperta la porta sei sempre felice di entrare. Per questo lavoro per lo più fuori, ma non disdegno mai alcun invito locale che, anzi, devo dire, negli ultimi anni è sempre più frequente».

Ama la Lucca notturna e invernale («ha il potere di trasformarsi in un luogo ancora più magico e senza tempo»), e della città apprezza anche «la cucina, l’eleganza architettonica così intima e i colori (in particolare dentro le Mura)».

Mi racconta che nei prossimi mesi vorrebbe sviluppare «uno studio approfondito della tavolozza lucchese. Il risultato, abbiamo visto già dai primi test, sarà eccezionale. Quando pubblicheremo il lavoro sarà come dire ai lucchesi: ecco, questi sono i vostri colori!».

Non mancano però parole dure. «Ancora oggi Lucca è preda di antichi e radicati luoghi comuni promossi in particolare da due fazioni che potremmo dividere in disfattisti ed entusiasti. Ci sono quelli che, qualunque cosa venga fatta, diranno sempre e comunque che Lucca è morta, e quelli che quando viene cambiata la lampadina di un semaforo ne parlano come se fosse una città più evoluta di Shanghai. A entrambi consiglierei di viaggiare e confrontare la propria realtà con altre. Ci si renderà conto che a Lucca si vive davvero molto bene ma che, come sempre, c'è tanto che può essere migliorato. Il rinascimento culturale attuale si declina attraverso molti appuntamenti e la partecipazione è notevole, perché il pubblico è reattivo». Anche per questo va stimolato. —